Il treno per il Darjeeling
Wes Anderson
2007
C’è da scommettere che anche a questo giro la lotta con le spade laser non risparmierà nessuno: Wes Anderson divide, sempre, e lo farà ancora. Chi lo considera un vacuo esempio di incontrollato manierismo continuerà a farlo, mentre chi coi suoi film si emoziona, anche solo per una tv accesa nel bagno correrà a piedi nudi dopo la visione alla prima agenzia di viaggio per prenotare un last minute e sbarcare in qualsiasi anfratto polveroso dell’India. Io faccio parte della seconda categoria. Per me Anderson è come la maglietta preferita che indossi in continuazione, quella che perdendo il colore diventa sempre più bella e ti calza a pennello, la conosci ma continua a darti soddisfazione. In questo caso la conoscenza è la galleria di ossessioni che già abbiamo fatto nostre da tempo: una famiglia sparigliata dal lutto, l’abbandono, il litigio, i rancori e una rosa di personaggi lacerati che si scrivono da soli tra morbosi attaccamenti agli oggetti, sguardi, silenzi e incontrollabili nevrosi. Il viaggio alla base di “The Darjeeling Limited” è palesato sin dal titolo, un viaggio catartico che serve ad assimilare una morte, ma anche di riscoperta dei legami che passa attraverso la condivisione di traumi comuni. Creando ancora una volta mondi paralleli e surreali dal nulla, Anderson miscela l’estetica del classico hollywoodiano su strada ferrata (“Intrigo Internazionale” giusto per fare un nome) con quella accesa e ridondante tipicamente bollywoodiana e il risultato ha dell’incredibile. Giocando perfettamente con gli spazi ristretti di vagoni e scompartimenti, riesce a rendere attore protagonista qualsiasi elemento della scena con meticolosa attenzione per il dettaglio e, attualmente non è da tutti portare avanti un’idea di cinema così forte e personale. Il luogo scelto per farci conoscere i fratelli Whitman, anche quando si allontana dal treno diretto a Darjeeling, si rivela una scelta felice, emblema di una certa immagine stereotipata dell’oriente da parte degli occidentali. Francis, Peter e Jack rincorrono la risposta in una spiritualità da cartolina che mostrerà tutti i suoi limiti finché non decideranno di aprirsi tra loro e condividere. Il viaggio diventa quindi un pretesto per imparare a mostrare con orgoglio le proprie cicatrici senza necessariamente coprirle con un cerotto.
Wes Anderson
2007
C’è da scommettere che anche a questo giro la lotta con le spade laser non risparmierà nessuno: Wes Anderson divide, sempre, e lo farà ancora. Chi lo considera un vacuo esempio di incontrollato manierismo continuerà a farlo, mentre chi coi suoi film si emoziona, anche solo per una tv accesa nel bagno correrà a piedi nudi dopo la visione alla prima agenzia di viaggio per prenotare un last minute e sbarcare in qualsiasi anfratto polveroso dell’India. Io faccio parte della seconda categoria. Per me Anderson è come la maglietta preferita che indossi in continuazione, quella che perdendo il colore diventa sempre più bella e ti calza a pennello, la conosci ma continua a darti soddisfazione. In questo caso la conoscenza è la galleria di ossessioni che già abbiamo fatto nostre da tempo: una famiglia sparigliata dal lutto, l’abbandono, il litigio, i rancori e una rosa di personaggi lacerati che si scrivono da soli tra morbosi attaccamenti agli oggetti, sguardi, silenzi e incontrollabili nevrosi. Il viaggio alla base di “The Darjeeling Limited” è palesato sin dal titolo, un viaggio catartico che serve ad assimilare una morte, ma anche di riscoperta dei legami che passa attraverso la condivisione di traumi comuni. Creando ancora una volta mondi paralleli e surreali dal nulla, Anderson miscela l’estetica del classico hollywoodiano su strada ferrata (“Intrigo Internazionale” giusto per fare un nome) con quella accesa e ridondante tipicamente bollywoodiana e il risultato ha dell’incredibile. Giocando perfettamente con gli spazi ristretti di vagoni e scompartimenti, riesce a rendere attore protagonista qualsiasi elemento della scena con meticolosa attenzione per il dettaglio e, attualmente non è da tutti portare avanti un’idea di cinema così forte e personale. Il luogo scelto per farci conoscere i fratelli Whitman, anche quando si allontana dal treno diretto a Darjeeling, si rivela una scelta felice, emblema di una certa immagine stereotipata dell’oriente da parte degli occidentali. Francis, Peter e Jack rincorrono la risposta in una spiritualità da cartolina che mostrerà tutti i suoi limiti finché non decideranno di aprirsi tra loro e condividere. Il viaggio diventa quindi un pretesto per imparare a mostrare con orgoglio le proprie cicatrici senza necessariamente coprirle con un cerotto.




