Black snake moan
Craig Brewer
2007
Mai operazione di marketing fu così fuorviante. Dal trailer alle locandine, Black snake moan sembra voler rincorrere quell’estetica da b-movie tanto cara a Tarantino, un revival che, al di fuori del suo cinema, finisce spesso con l’accartocciarsi nelle proprie intenzioni. Succede quindi che quando la bionda Rae, vestita di short e maglietta che lasciano pochissimo spazio all’immaginazione, irrompe sulla scena aprendo le gambe ai maschi di mezza Tennessee, ci si aspetta un’ironia che non arriva, ancor di più quando, ritrovata da Lazarus (un contadino ed ex bluesman) col volto tumefatto sul ciglio di una strada, questo la incatena ad un termosifone per evitare che continui a consumarsi. Rae è infatti affetta da gravi disturbi del comportamento sessuale, cosa che in qualche modo la rende un outsider come Lazarus, il quale, appena lasciato dalla moglie, ha scelto la solitudine e il rifugio in dio per continuare a vivere. Si uniscano due persone alla deriva e il gioco è fatto: Black snake moan vira ben presto verso la redenzione dei suoi personaggi e il blues, che ne è l’anima, diventa un processo catartico attraverso il quale Lazarus e Rae esorcizzeranno quei demoni ormai a piede libero dopo che entrambi hanno perso i rispettivi punti di riferimento delle loro vite. Seppur con discutibili forzature nella stesura della sceneggiatura (soprattutto sul passato di Rae), Craig Brewer dirige senza mai calcare la mano sugli aspetti più scabrosi, confezionando una storia che ha il sapore di una classica ballata blues, fatta di uomini e donne che si incontrano e risorgono condividendo il proprio dolore. Samuel Jackson rapisce ogni volta che prende la chitarra in mano e Cristina Ricci da vita con sensibilità e navigata bravura un personaggio complesso e difficile da dimenticare.
Craig Brewer
2007
Mai operazione di marketing fu così fuorviante. Dal trailer alle locandine, Black snake moan sembra voler rincorrere quell’estetica da b-movie tanto cara a Tarantino, un revival che, al di fuori del suo cinema, finisce spesso con l’accartocciarsi nelle proprie intenzioni. Succede quindi che quando la bionda Rae, vestita di short e maglietta che lasciano pochissimo spazio all’immaginazione, irrompe sulla scena aprendo le gambe ai maschi di mezza Tennessee, ci si aspetta un’ironia che non arriva, ancor di più quando, ritrovata da Lazarus (un contadino ed ex bluesman) col volto tumefatto sul ciglio di una strada, questo la incatena ad un termosifone per evitare che continui a consumarsi. Rae è infatti affetta da gravi disturbi del comportamento sessuale, cosa che in qualche modo la rende un outsider come Lazarus, il quale, appena lasciato dalla moglie, ha scelto la solitudine e il rifugio in dio per continuare a vivere. Si uniscano due persone alla deriva e il gioco è fatto: Black snake moan vira ben presto verso la redenzione dei suoi personaggi e il blues, che ne è l’anima, diventa un processo catartico attraverso il quale Lazarus e Rae esorcizzeranno quei demoni ormai a piede libero dopo che entrambi hanno perso i rispettivi punti di riferimento delle loro vite. Seppur con discutibili forzature nella stesura della sceneggiatura (soprattutto sul passato di Rae), Craig Brewer dirige senza mai calcare la mano sugli aspetti più scabrosi, confezionando una storia che ha il sapore di una classica ballata blues, fatta di uomini e donne che si incontrano e risorgono condividendo il proprio dolore. Samuel Jackson rapisce ogni volta che prende la chitarra in mano e Cristina Ricci da vita con sensibilità e navigata bravura un personaggio complesso e difficile da dimenticare.




