Control
Anton Corbijn
2007
C’è quel bianco e nero sgranato che potrebbe sembrare un vezzo iconografico, ma è prima di tutto l’ennesimo tassello di un puzzle personale, fatto di contrasti desaturati, che Anton Corbijn cerca di portare a termine dall’inizio della sua carriera: fotografo e videomaker di successo, riprende cantanti e gruppi storici lontano dal clamore dello starsystem, nudi davanti al suo obiettivo. Control, segue la filosofia dei suoi scatti più celebri negando l’artista per arrivare alla persona, qui Ian Curtis, un dinoccolato adolescente che ascolta David Bowie e ha un gruppo con cui dà forma ai fogli di parole che un attimo prima giacciono sparsi sul pavimento della sua stanza. Non c’è ansia di santificazione né chirurgica riproduzione dell’altare del successo, ma solo un uomo con le sue contraddizioni, paure e demoni da esorcizzare attraverso la musica. Corbjin mostra senza dover ricorrere a spiegazioni (Control è tratto da “Touching from a distance”, la biografia della vedova Curtits) e senza calcare la mano su una storia già complessa in partenza, si affida al suo occhio per costruire una serie di sequenze di struggente bellezza, immagini che sintetizzano stati d’animo e la follia delle situazioni che corrono al fianco dei personaggi. C’è Sam Riley (Ian Curtis) che recita come posseduto, trascinandosi attraverso un’immobile disperazione e Samantha Morton (Deborah Curtis) che lo segue silente, con sguardo protettivo, fino a perderlo nello sfrigolìo di un vinile che inizia a girare sul piatto. E una corda si tende per sempre.
Anton Corbijn
2007
C’è quel bianco e nero sgranato che potrebbe sembrare un vezzo iconografico, ma è prima di tutto l’ennesimo tassello di un puzzle personale, fatto di contrasti desaturati, che Anton Corbijn cerca di portare a termine dall’inizio della sua carriera: fotografo e videomaker di successo, riprende cantanti e gruppi storici lontano dal clamore dello starsystem, nudi davanti al suo obiettivo. Control, segue la filosofia dei suoi scatti più celebri negando l’artista per arrivare alla persona, qui Ian Curtis, un dinoccolato adolescente che ascolta David Bowie e ha un gruppo con cui dà forma ai fogli di parole che un attimo prima giacciono sparsi sul pavimento della sua stanza. Non c’è ansia di santificazione né chirurgica riproduzione dell’altare del successo, ma solo un uomo con le sue contraddizioni, paure e demoni da esorcizzare attraverso la musica. Corbjin mostra senza dover ricorrere a spiegazioni (Control è tratto da “Touching from a distance”, la biografia della vedova Curtits) e senza calcare la mano su una storia già complessa in partenza, si affida al suo occhio per costruire una serie di sequenze di struggente bellezza, immagini che sintetizzano stati d’animo e la follia delle situazioni che corrono al fianco dei personaggi. C’è Sam Riley (Ian Curtis) che recita come posseduto, trascinandosi attraverso un’immobile disperazione e Samantha Morton (Deborah Curtis) che lo segue silente, con sguardo protettivo, fino a perderlo nello sfrigolìo di un vinile che inizia a girare sul piatto. E una corda si tende per sempre.




