Aspettando PARANOID PARK // part.1
Cowgirls, il nuovo sesso
(Even cowgirls get the blues, 1993)

Gus Van Sant incontra la commedia, i colori pastello, i frullati pop e ci racconta Sissy, una ex modella vagabonda dai pollici ipersviluppati che gira l’America in autostop fino al ranch di Rubber Rose, dove vivono un gruppo di cowgirls in rivolta. Tratto dall’omonimo romanzo di Tom Robbins, un cult degli anni settanta, Even Cowgirls Get The Blues è la vittima illustre di un montaggio sconclusionato (fu infatti rimaneggiato dopo un fallimentare esordio al Festival di Venezia) che ci restituisce una storia senza direzione persa tra proclami ecologisti, femministi e orgoglio omosessuale. Comunque fedele agli stilemi tipici del suo cinema, Van Sant piazza qualche bella sequenza (spassosi i tagli tipici dell’estetica western su una storia così grottesca) e dona alla Thurman il suo primo personaggio importante entrato di prepotenza nell’immaginario cinematografico di questi ultimi anni.
Will Hunting, genio ribelle
(Good Will Hunting, 1997)

Primo film su commissione per Van Sant che dirige la sceneggiatura degli esordienti Matt Damon e Ben Affleck. Will Hunting è un teppistello particolarmente brillante e con doti matematiche fuori dal comune, supportato da un docente universitario che ne vede il potenziale e lo sprona al pari di un genitore che riversa sul figlio i propri sogni di gloria. Iniziato alla terapia per evitare il carcere, incontra Sean Maguire uno psicologo poco ortodosso che gli cambierà per sempre la vita. Cinema “classico”, apparentemente molto distante da ciò che Gus Van Sant aveva fatto finora, eppure intriso della sua poetica, Will Hunting brilla per la disarmante semplicità: la conoscenza tra due persone agli antipodi, eppure legati nel loro essere sovversivi è il lasciapassare per una reciproca comprensione e l’inevitabile crescita interiore. Torna un grande Robin Williams, ancora una volta maestro di vita come nel capolavoro di Weir.
Scoprendo Forrester
(Finding Forrester, 2000)

Diretto dopo il disastroso remake di Psycho, il quale aveva almeno il pregio di far discutere su un’operazione sì pericolosa, ma per certi versi interessante, Scoprendo Forrester è il Van Sant fagocitato dall’industria Hollywoodiana. Seguito ideale di Will Hunting, nonché suo negativo nel ribaltare la logica dell’incontro che cambia la vita (in questo caso l’allievo che fa rinascere il proprio maestro) questa moderna “fiaba del ghetto” è un compitino ben svolto che non aggiunge nulla alla carriera del regista americano. Prevedibile (nell’evoluzione e nelle emozioni veicolate), dall’happy ending consolatorio, si ricorda per qualche dialogo ispirato e l’ottima prova di un incazzato e vulnerabile Sean Connery. Sintomatico che dopo questa plastificata esperienza sia arrivato un film come Gerry.
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