The Bridge
Eric Steel
2006
Sì, è lo stesso ponte di Vertigo, quel Golden Gate Bridge simbolo di San Francisco, imponente icona scarlatta conosciuta in tutto il mondo, una celebrità da toccare con mano prima del grande salto nel vuoto. Numerosi infatti i suicidi che ogni anno si compiono su questo suggestivo teatro “naturale” di epitaffi d’acciaio. E' quindi la fama di ponte maledetto ad avere spinto Eric Steel a dirigere un documentario sulle vite schiantate sul letto d’acqua del Golden Gate, posizionando una telecamera a pochi passi da chi andava incontro alla morte. Ciò che colpisce in The Bridge è la forte dicotomia che anima quei tre chilometri di strada: il folle movimento di macchine e turisti, vita che s-corre, una foto da scattare per ricordare e, dietro l’angolo, il derelitto di turno che si spinge oltre il parapetto, immerso in quella frenetica indifferenza, lasciandosi andare per sempre. Rimane l’enorme senso di vuoto, colmato dalle interviste di chi rimane e piange i suoi morti chiedendosi il perché. Film shock, film verità, un’angosciante galleria di storie difficili; ma quelle immagini, quelle immagini raccolte con dovizia certosina, che sono il dettaglio macabro di una cartolina dai colori saturi, finiscono con l’annullare qualsiasi riflessione e lasciano spazio solo all’imbarazzo per avere assistito a momenti di intima solitudine che in fondo non avevamo il diritto di conoscere.
Eric Steel
2006
Sì, è lo stesso ponte di Vertigo, quel Golden Gate Bridge simbolo di San Francisco, imponente icona scarlatta conosciuta in tutto il mondo, una celebrità da toccare con mano prima del grande salto nel vuoto. Numerosi infatti i suicidi che ogni anno si compiono su questo suggestivo teatro “naturale” di epitaffi d’acciaio. E' quindi la fama di ponte maledetto ad avere spinto Eric Steel a dirigere un documentario sulle vite schiantate sul letto d’acqua del Golden Gate, posizionando una telecamera a pochi passi da chi andava incontro alla morte. Ciò che colpisce in The Bridge è la forte dicotomia che anima quei tre chilometri di strada: il folle movimento di macchine e turisti, vita che s-corre, una foto da scattare per ricordare e, dietro l’angolo, il derelitto di turno che si spinge oltre il parapetto, immerso in quella frenetica indifferenza, lasciandosi andare per sempre. Rimane l’enorme senso di vuoto, colmato dalle interviste di chi rimane e piange i suoi morti chiedendosi il perché. Film shock, film verità, un’angosciante galleria di storie difficili; ma quelle immagini, quelle immagini raccolte con dovizia certosina, che sono il dettaglio macabro di una cartolina dai colori saturi, finiscono con l’annullare qualsiasi riflessione e lasciano spazio solo all’imbarazzo per avere assistito a momenti di intima solitudine che in fondo non avevamo il diritto di conoscere.




