Le chiavi di casa
Gianni Amelio
2004
Gianni e Paolo viaggiano con in tasca le chiavi di casa e la consapevolezza che al rientro non riapriranno più le stesse porte: ogni metro di strada percorsa è un mattone da aggiungere nella ricostruzione del loro rapporto. Gianni è un padre che si è arreso, ha abbandonato Paolo alla nascita per via di un handicap che non poteva e non voleva gestire senza una moglie morta dopo il parto. Ritorna, chiamato dalla famiglia adottiva di Paolo che si preoccupa di farli riavvicinare, ritorna e lo accompagna in una clinica tedesca per una visita medica. Inizia così un viaggio verso un territorio neutrale e lontano dal passato che bussa continuamente alla porta, intrapreso forse con incoscienza e che costringerà entrambi a fare i conti con l’altro. Ci sono gli occhi di un figlio che guardano curiosi lo smilzo e silenzioso padre e gli occhi di Gianni, che fissi nel vuoto in cerca di risposte, inizieranno lentamente ad aprirsi verso quella realtà negata. E sarà la vista del corpo piegato di Paolo che si muove fiero in un mondo che non lo contempla, a far ritrovare in Gianni la forza per reagire. Sorretto dalla sceneggiatura di Sandro Petraglia e Stefano Rulli e da un cast dosato e folgorante, Amelio evita qualsiasi patetismo o compiaciuta analisi da tv del dolore, dirigendo in modo spontaneo una storia di scoperta mossa da silenzi riparatori, frasi pesanti come macigni e sequenze che non concedono sconti. Lo fa respirando sui personaggi, per coglierne ogni sfumatura e stato d’animo, salvo poi liberarli nello spazio sconfinato di una strada diretta verso un futuro tutto da scrivere.
Gianni Amelio
2004
Gianni e Paolo viaggiano con in tasca le chiavi di casa e la consapevolezza che al rientro non riapriranno più le stesse porte: ogni metro di strada percorsa è un mattone da aggiungere nella ricostruzione del loro rapporto. Gianni è un padre che si è arreso, ha abbandonato Paolo alla nascita per via di un handicap che non poteva e non voleva gestire senza una moglie morta dopo il parto. Ritorna, chiamato dalla famiglia adottiva di Paolo che si preoccupa di farli riavvicinare, ritorna e lo accompagna in una clinica tedesca per una visita medica. Inizia così un viaggio verso un territorio neutrale e lontano dal passato che bussa continuamente alla porta, intrapreso forse con incoscienza e che costringerà entrambi a fare i conti con l’altro. Ci sono gli occhi di un figlio che guardano curiosi lo smilzo e silenzioso padre e gli occhi di Gianni, che fissi nel vuoto in cerca di risposte, inizieranno lentamente ad aprirsi verso quella realtà negata. E sarà la vista del corpo piegato di Paolo che si muove fiero in un mondo che non lo contempla, a far ritrovare in Gianni la forza per reagire. Sorretto dalla sceneggiatura di Sandro Petraglia e Stefano Rulli e da un cast dosato e folgorante, Amelio evita qualsiasi patetismo o compiaciuta analisi da tv del dolore, dirigendo in modo spontaneo una storia di scoperta mossa da silenzi riparatori, frasi pesanti come macigni e sequenze che non concedono sconti. Lo fa respirando sui personaggi, per coglierne ogni sfumatura e stato d’animo, salvo poi liberarli nello spazio sconfinato di una strada diretta verso un futuro tutto da scrivere.




