domenica, 11 maggio 2008
Little Children
Todd Field
2006

Apparentemente lontano dal cinismo di “Happiness” e dalle profondità esistenziali di “American Beauty”, Little Children è il nuovo capitolo di un’America che si decompone tra le mura domestiche, una galleria di personaggi imperfetti (o forse si dovrebbe dire terribilmente umani) destinati ad incrociarsi una volta superato l’uscio di casa. Volendo, con sforzo interpretativo, estendere il tutto alla solita critica sulla società americana, di cui i due film già citati sono che lo si voglia o meno degli esempi piuttosto rappresentativi, Little Children si rivela invece come un piccolo film fatto di storie che si regge da solo senza la spasmodica rincorsa ad una morale da parabola che ne giustifichi gli intenti. Il pregio di Todd Field, già fattosi notare con lo splendido dramma da camera “In the bedroom”, è quello di prendersi tutto il tempo necessario per dare voce ai numerosi personaggi che si alternano sulla scena, merito anche di una sceneggiatura che non lascia nulla al caso (di cui Field è coautore) lavorando finemente su psicologie, comportamenti, gesti e fuggendo alle facili stereotipie che una storia come questa inevitabilmente si può portare dietro. Siamo nella tranquilla Rayburn, un piccolo sobborgo sorretto su una quotidianità assonnata, fatta di passeggiate al parco tra mamme con i propri figli, partite a football tra amici e incontri domestici in cui si discute sul libro del mese. E’ subito lampante l’uso che Field fa del gruppo sociale: che sia circoscritto ad ambienti ristretti o più largamente esteso a tutta Rayburn, rappresenta una sicurezza in contrapposizione alla freddezza domestica (gruppo familiare), la quale è una costante per tutti i personaggi. Ed è proprio dal muro innalzato dagli abitanti di Rayburn contro Ronnie, un pedofilo esibizionista di ritorno a casa dopo due anni di carcere, che ha inizio il tutto. Il mostro diventerà il filo conduttore dell’intero film, l’uomo con cui confrontarsi e a fianco del quale assisteremo, tra gli altri, alle vite di Sarah e Todd, che fuggono ad un marito assente e ad una moglie troppo presa da se stessa, per ritrovarsi in una bruciante storia d’amore alimentata da frustrazioni comuni. La regia di Field si cuce addosso ai loro corpi e sorprende in più occasioni, ricercando senza invadenza il dettaglio, giocando magnificamente con gli interni (mi viene in mente la labirintica casa di Sarah, un’estensione del suo stato d’animo) per restituirci una storia avvolgente e straniante, perfettamente calibrata nel suo essere ora ironica, ora amara e drammatica e che evita abilmente di prendere posizioni nette per lasciare al pubblico le proprie considerazioni. Come quando ci si affaccia nel buio di uno dei finali aperti più belli visti al cinema negli ultimi anni che solo apparentemente sembra mettere un punto, ma che fa toccare con mano uno smarrimento che forse non potrà mai essere cancellato.
postato da: Iggy alle ore 17:55 | Permalink | commenti (8)
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venerdì, 09 maggio 2008
Loverboy
Kevin Bacon
2005

Alla maternità come istinto piuttosto che come ruolo antropologico e sociale, si contrappone in Loverboy una spinta che sembra nascere più come risposta al bisogno di una figura genitoriale assente. Emily è stata una bambina solitaria dai genitori evanescenti che sogna una madre perfetta; diventata adulta il riscatto sembra indirizzarsi tutto verso la necessità di avere un figlio proprio da accudire per diventare al contempo quella madre idealizzata che ha sempre desiderato. Un amore esclusivista al limite del patologico che la porta ad evitare qualsiasi interposizione tra lei e suo figlio, intuibile già dal grottesco concepimento in cui l’uomo è esclusivamente circoscritto al frutto dei suoi testicoli. L’esordio alla regia di Kevin Bacon ha il pregio di trattare con originalità una materia fin troppo battuta, senza paura di risultare poco accomodante, ma di contro ad una sceneggiatura che nonostante qualche ingenuità e passaggio affrettato porta comunque a segno quello che deve essere veicolato, rimbomba una regia che è una raccolta di scelte sbagliate. A partire da una struttura che muovendosi su tre differenti flashback risulta inutilmente appesantita e ripetitive soluzioni quali ralenti e flou che mal si sposano con l’atmosfera realista della storia. Succede però che l’impatto emotivo di questa relazione unica e soffocante rimane intatto e questo film scoperto un po’ per caso, a suo modo si lascia ricordare; forse per quel pre-finale che gela il sangue o per quella “Life on Mars” di Bowiana memoria cantata a squarciagola da Emily ai suoi genitori come ultima disperata richiesta d’amore. 
postato da: Iggy alle ore 15:32 | Permalink | commenti (4)
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mercoledì, 07 maggio 2008
Michael Clayton
Tony Gilroy
2007

Con un incipit asciutto e cupo al punto giusto, immerso in una notturna ed irriconoscibile New York, che rivela sin da subito l’atmosfera che si respirerà per tutta la sua durata, Michael Clayton parte bene ma non mantiene fino in fondo le ottime aspettative iniziali. Sia chiaro, qui si è lontani dal sonoro tonfo nell’acqua, ma l’impressione predominante è quella di avere assistito ad un lavoro che punta in alto senza averne le possibilità. A conti fatti Tony Gilroy, già blasonato sceneggiatore e qui alla sua prima regia, gira attorno ad una trama piuttosto telefonata con la solita multinazionale sul banco degli imputati e il corollario di viscidi avvocati vs avvocati dal cuore d’oro e altri con crisi di coscienza disposti a mettere in pericolo la loro vita, pur di allontanare il senso di colpa. Un soggetto non nuovo al cinema di genere che qui viene manipolato da una struttura circolare e che ha nella sua lunga parte centrale i limiti più evidenti. E’ l’incedere non propriamente lineare che, aprendo tutte le parentesi del caso per descrivere le dinamiche tra i personaggi, anzichè appassionare non fa altro che appesantire l’intera narrazione, rendendo il film prolisso e incerto nel suo voler essere di denuncia o un apologo sulla corruzione umana. Dispiace che la tanta carne al fuoco prodotta dalla sceneggiatura si scontri con una regia che, al contrario lavora di sottrazione e risulta vincente in più occasioni riuscendo a costruire sequenze di lucida tensione. Il fiore all’occhiello di Michael Clayton rimane comunque l’ottima prova dell’intero cast con un George Clooney stranamente sobrio e non ansioso di mostrare l'intera dentatura e una Tilda Swinton che timbra il cartellino, ma come solo poche sanno fare.
postato da: Iggy alle ore 23:20 | Permalink | commenti (15)
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