[ OSCAR: the big night ]

- lista completa dei vincitori -

Photo by Michael Caulfield - © WireImage.com
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Junebug è il nome di un bambino che sta per nascere. Di lui non sappiamo nulla se non il fatto che sembra essere già predestinato a tirare le file di una famiglia in cui non si comunica da un pezzo: nella più classica delle situazioni disfunzionali, la soluzione fittizia e momentanea ad un problema. In questo ambiente di consolidato autismo relazionale irrompe Madleine, una gallerista di Chicago e moglie di George che in quella famiglia c’è cresciuto fino ad abbandonarla pochi anni prima. Lei, di passaggio nei luoghi natali di lui per concludere un affare con un’artista locale, conoscerà quindi per la prima volta i suoi genitori e suo fratello Johnny, sposato con la petulante e in “amara attesa” Ashley. Phil Morrison inizia così a fotografare le solitudini e le insoddisfazioni di ogni personaggio, riversate in sigarette da comprare, cacciaviti che spariscono e attaccamenti morbosi ai documentari del National Geographic: una pochezza che rimbomba nelle impeccabili stanze della casa ed esterni incorniciati dal verde delle aiuole. Scelta felice questa di Morrison che gioca abilmente con gli spazi e i movimenti dei personaggi in essi, allontanandoli e facendoli collidere con silente disperazione. Più Madleine cercherà di capire (e noi con lei) più quel microcosmo le sfuggirà di mano, incluso il marito che pensava di conoscere. Tra i film a tematica simile usciti negli ultimi anni, Junebug è sicuramente quello che soffre maggiormente di una sceneggiatura ridotta all’osso e meno illuminante di altre, ma lavorando per contrasto sulle atmosfere, si lascia osservare con curiosità. E poi non capita spesso di sentire gli Yo La Tengo suonare nella colonna sonora.
Ci sarebbe innanzitutto da gioire per la conferma che, anche senza Danny Elfman, Burton non perde smalto, non è come il suo barbiere di Fleet Street, incompleto se privato dei rasoi d’argento che gli permettono di portare a termine la sua sanguinaria vendetta. Prende il musical di Stephen Sondheim, che a dirla tutta puzza di morto lontano un miglio e gli dona nuova vita, lo piega alla sua estetica, alle sue ossessioni, immergendolo in una Londra vittoriana avvolta nel buio più cupo in cui si aprono grotteschi squarci da grand guignol. Sweeney Todd diventa quindi il Burton nerissimo e impeccabile che ci si aspetta, ma mentre si applaudono col rivolo di bava alla bocca l’ottima prova della coppia Depp/Bonham Carter e almeno due sequenze da antologia (l’arrivo a Londra e l’unico inserto a colori con By The River) non si può non provare una certa sofferenza per l’autoreferenzialità della pellicola che qui arriva a massimi storici con (giusto per prendere due esempi dal mucchio) dei titoli di testa che citano “Charlie e la fabbrica di cioccolato” ed un personaggio che è la fotocopia della Ricci in “Sleepy Hollow”. Sarebbero aspetti di poco conto se altrove Burton offrisse il lampo di genio a cui spesso ci ha abituati, ma stavolta viene difficile mettere in fila una sequenza di parole che non facciano rima con “gotico” o “burtoniano”.
Pervaso da nostalgica voglia di “esperienza odorama” ho pensato a come potesse essere questo film veicolato da inebrianti profumi di bitume diffusi nell’aria durante la visione, ma è stata una fugace immagine abbandonata a pochi minuti dall’uscita dalla sala, una volta immesso nel tutt’altro che poetico traffico. Stronzate a parte il preambolo è necessario per sottolineare la forza evocativa di There Will Be Blood: quando un regista riesce a smuovere ogni singolo senso per farlo lavorare in concerto con testa e viscere, stringendoti alla gola per tutta la durata del suo film, non si può non parlare di qualcosa di monumentale. Paul Thomas Anderson anche stavolta ha fatto le cose in grande. Fuggendo infatti ad un blando ed inutile ritratto storico descrive, pur rimanendo ben ancorato al periodo di riferimento, l’epopea di Daniel Pleinview, un uomo forgiato dal petrolio che gli scorre nelle vene, accecato dalla superbia, assetato di potere e arido come le terre deserte che violenta per arricchirsi e nutrire la propria ossessione. Il bicchiere del ristoro è colmo dell’oro nero per il quale vive: per ogni torre posata, per ogni goccia succhiata al suolo, cresce il suo delirio di onnipotenza che lo porta a rinnegare tutto ciò che è al di fuori di sé stesso, che sia l’uomo, dio, o il legame con un figlio usato al pari di una merce di scambio. E il percorso di Pleinview sfociando in un epilogo antologico, viene magnificamente sublimato nella regia di Anderson il quale, nel momento in cui immerge i suoi personaggi nei nero più scuro, riesce nell’intento di immergersi a sua volta in un cinema dal respiro classico senza rimanerne travolto, ma anzi guardando avanti con mano ferma, alternando momenti cupi ed intimisti ad altri di autentica e vigorosa ferocia visiva che esplodono all’improvviso davanti agli occhi così come i pozzi neri di Little Boston.
Caos calmo è una piccola rivelazione. Da uno come Grimaldi che ultimamente ha dedicato più tempo alla televisione che al cinema, un film come questo non lo si aspettava. Sì, c'erano Moretti e un cast in gran spolvero, ma le dita incrociate per scongiurare l'effetto fiction, sono rimaste in quella posizione fino alle prime battute di questa storia. E invece? Invece, non appena le acque incazzate da cui Eleonora viene salvata si ritirano per lasciare spazio alla morte improvvisa di Lara, il quadro diventa subito più chiaro: inizia così l'elaborazione di un lutto e lo si fa in punta di piedi, sussurando il dolore che implode in Pietro e in sua figlia Claudia. I due insieme troveranno un modo speciale e tutto loro per assimilare quel dolore, ritagliandosi uno spazio che è un tramite per l’accettazione della perdita e la riconciliazione con se stessi. Grimaldi lavora di sintesi, accennando il dovuto e lasciando che siano i gesti, i piccoli passi e le azioni a parlare per i personaggi. In questo non si può negare l’evidenza del peso di Moretti nella stesura della sceneggiatura; la figura di Pietro è stata interamente scritta dal regista romano che, pur non rinunciando a qualche “morettismo”, delinea con empatia un personaggio che si ascolta trattenuto e che affronta in maniera dignitosa il distacco dalla persona amata, non curandosi dei consigli e le consolazioni che arrivano dall’esterno. E il limbo in cui si rifugia per gestire il tumulto interiore, fatto di panchine nel parco e di personaggi che si alternano, fugaci ma necessari per ritrovare il sorriso, diventa un microcosmo silenzioso ed emotivamente coinvolgente che è cosa rara nel nostro cinema, ormai abituato a patetismi, isterismi e scene didascaliche. Se vi state dunque chiedendo se questo è il solito plastificato film italico, la risposta è un sonoro no: Caos Calmo è, al contrario, cinema violentemente sincero.
Quella di Gabita e Otilia sembra una storia come tante, il resoconto clinico di un aborto clandestino consumato tra le mura di un albergo di quart’ordine. Ma il dramma si sviluppa nella Romania di Ceausescu e si palesa subito l’intento di Mungiu di allontanarsi dal prendere posizione su una tematica sempre attuale per abbracciare quella, ben più ampia, della castrazione di una dittatura che annulla l’essere umano, la scelta. Gabita, che porta in grembo l’errore e Otilia che la aiuta a porvi rimedio, si trascinano catatoniche in un labirinto fatto di interni claustrofobici e scorci cittadini avvolti il più delle volte nel buio più nero. Lo stesso buio che ritroveranno una volta uscite da quel tunnel, immerse in un contesto dal futuro vuoto e incerto: l’aborto di Gabita è l’aborto di uno Stato che uccide lo sviluppo del suo popolo. Una volta entrate nelle stanza 206 il tempo si ferma per sempre perché nulla sarà più come prima: la loro diventa una presa di coscienza che ammutolisce. Mungiu procede spietato e millimetrico, scandendo il tempo del gesto estremo voluto, pianificato, difeso ad ogni costo; non si concede a sguardi compassionevoli, eppure avvolge la solitudine di queste due donne smarrite, mosse dal terrore e dalla rassegnazione. Come quando Otilia che sembra crollare per la prima volta, rivolge lo sguardo in camera, silenziosa, alla ricerca di una risposta che saremmo subito pronti a dare per tranquillizzarla.
Ripetitivo, forse. Inutile, no. Sogni e delitti prosegue un percorso iniziato con "Crimini e misfatti" e Allen, che qui si fa nerissimo, lo estremizza per chiudere un cerchio: scompare la morale del super-io e si affaccia quella deistica. Ci sono scelte razionali, altre attribuite al caso e un dio che guarda dall’alto. Ian e Terry compiono un omicidio mentre lo scacchista che li muove se la ride beffardo nascondendosi dietro la presunta devozione familiare. In attesa del pentimento, che arriva poco prima che le mani siano definitivamente lavate dal sangue. L’andamento è quello del realismo euripideo; ci si cala nella working class londinese e ci si siede al tavolo di una famiglia con due figli agli antipodi, eppure identici nel loro infantilismo e nella rincorsa al dio denaro. Cosa si è disposti a fare per ottenere ciò che si vuole? Ecco servita l’ennesima fine riflessione sull’essere umano e le sue miserie: “hai avuto paura perché hai visto per la prima volta la tua vera natura” chiosa un Ian impassibile a colpo appena sparato. Allen gioca sporco coi suoi personaggi aiutato da un ritrovato Philp Glass che posa gelido la sua partitura severa e retrò sulle dinamiche di questa moderna tragedia greca. L’esito non delude, ma manca di passione: altrove si scopava tra i campi di grano, qua lo si fa al buio. Per dire.
Iconografica. La Elizabeth di Shekhar Kapur, ancora più del primo capitolo di questa annunciata trilogia, sembra l’estensione cinematografica di una cangiante icona sacra, laddove il colore è simbolo della fede, del mistero contemplativo e chiave interpretativa del divino. E’ la stessa Elizabeth, in un passaggio del film, a ricordare il suo distacco dagli altri sottolineando come si senta in una teca di vetro, contemplata appunto. Perfetta, algida, ultraterrena. L’occhio di Kapur non si allontana mai da questa rappresentazione, nemmeno nei pochi momenti in cui la regina sembra cedere al proprio istinto, racchiusa comunque tra le pesanti mura di una corte che diventa consapevolmente una tomba. Ciononostante, il timido tentativo di mostrarne le debolezze, finisce col rafforzare il personaggio e The Golden Age diventa un film dossologico. Va da sé che l’enfasi e la ridondanza scenografica siano un mezzo quasi obbligato per sottolinearne gli intenti. Michael Hirst, confeziona una sceneggiatura che si destreggia abilmente tra esigenze storiche e cinematografiche, drammi personali e reazioni pubbliche, dando modo a Kapur di mettere a segno un lavoro che abbraccia degnamente un genere e che nel momento in cui sollazza chi ama questo tipo di cinema, non manca di innescare crisi emetiche a chi si rivolta al solo sentire il fruscio delle vesti di seta. Tutti d’accordo però nel tessere le lodi di due primedonne come Cate Blanchett, che riesce ad annullarsi completamente nel personaggio Elizabeth, e Samantha Morton, una Maria Stuarda dagli occhi di ghiaccio a cui è affidato uno dei momenti più intensi del film.