Into the wild
Sean Penn
2007
“Qual'è la tua strada amico? … La strada del santo, la strada del pazzo, la strada dell'arcobaleno, la strada dell'imbecille, qualsiasi strada. E' una strada in tutte le direzioni per tutti gli uomini in tutti i modi." Ho accumulato pezzi di carta, frasi senza punteggiature nel bianco di un documento word, ho fermato pensieri nella mente; li ho poi cancellati per riprendere da capo, ancora e ancora una volta. Alla ricerca di qualcosa che si potesse avvicinare, anche solo lontanamente, a quello che ho provato. Condividere. L’ho sempre fatto e, mai come in questo caso, diventa un’urgenza irrinunciabile. Ho pensato a quanto possa essere frivolo ritrovarsi in un film, è solo un film. L’ho ripetuto ancora e ancora una volta. Ma un film irrompe nel quotidiano come una qualsiasi altra esperienza e, a meno che non lo si guardi mentre nel frattempo invii sms agli amici per organizzare più tardi una vasca in centro, può entrarti dentro e cambiare anche solo di una virgola la tua vita. Avete presente cosa possa essere una virgola in un mare di certezze consolidate? Per me un’enormità.

Non ho voluto capire Christopher McCandless, non ho avuto la smania di poterlo definire per prenderne le distanze, per parlare di mito, per parlare di pazzo, per parlare di eroe e non lo ha fatto nemmeno Sean Penn che lo descrive con le sue contraddizioni, le stesse che posso avere io o tu che stai leggendo queste righe, ma con il rispetto che si riserva a chiunque nella vita decida di raggiungere un obiettivo, ad ogni costo. “Se vuoi indietro la tua vita devi anche tradire”. Tradire l’affetto della tua famiglia, tradire le sicurezze di una società che ti nutre divorandoti, accorgersene in tempo e decidere di cambiare le carte in tavola. Mettersi in gioco e iniziare a camminare lungo una strada, quella scelta dalla persona che ti hanno fatto diventare e che vuoi lasciarti alla spalle per rinascere. Ed ogni passo che muovi, ogni solco che lasci sulla terra ti fa sentire un po’ più grande, ogni nuova alba che ti accoglie all’orizzonte un po’ più importante, felicemente illuso di poter essere finalmente parte di qualcosa. Into the wild cattura uno stato d’animo, lo stupore delle scoperte, la magia degli incontri, l’imprevedibile purezza della natura che disperatamente cerchi di fare tua e di infondere in quello che fai, per ritrovarti ad ogni nuovo bivio entusiasta delle cose in cui ti imbarchi. E’ solo un film, lo ripeto anche ora, ma mi fa sentire meno arido, ed è una consapevolezza che continua a rimbalzarmi in testa, mentre sono ancora fuso, indissolubilmente, con quelle immagini.
Sean Penn
2007
“Qual'è la tua strada amico? … La strada del santo, la strada del pazzo, la strada dell'arcobaleno, la strada dell'imbecille, qualsiasi strada. E' una strada in tutte le direzioni per tutti gli uomini in tutti i modi." Ho accumulato pezzi di carta, frasi senza punteggiature nel bianco di un documento word, ho fermato pensieri nella mente; li ho poi cancellati per riprendere da capo, ancora e ancora una volta. Alla ricerca di qualcosa che si potesse avvicinare, anche solo lontanamente, a quello che ho provato. Condividere. L’ho sempre fatto e, mai come in questo caso, diventa un’urgenza irrinunciabile. Ho pensato a quanto possa essere frivolo ritrovarsi in un film, è solo un film. L’ho ripetuto ancora e ancora una volta. Ma un film irrompe nel quotidiano come una qualsiasi altra esperienza e, a meno che non lo si guardi mentre nel frattempo invii sms agli amici per organizzare più tardi una vasca in centro, può entrarti dentro e cambiare anche solo di una virgola la tua vita. Avete presente cosa possa essere una virgola in un mare di certezze consolidate? Per me un’enormità.

Non ho voluto capire Christopher McCandless, non ho avuto la smania di poterlo definire per prenderne le distanze, per parlare di mito, per parlare di pazzo, per parlare di eroe e non lo ha fatto nemmeno Sean Penn che lo descrive con le sue contraddizioni, le stesse che posso avere io o tu che stai leggendo queste righe, ma con il rispetto che si riserva a chiunque nella vita decida di raggiungere un obiettivo, ad ogni costo. “Se vuoi indietro la tua vita devi anche tradire”. Tradire l’affetto della tua famiglia, tradire le sicurezze di una società che ti nutre divorandoti, accorgersene in tempo e decidere di cambiare le carte in tavola. Mettersi in gioco e iniziare a camminare lungo una strada, quella scelta dalla persona che ti hanno fatto diventare e che vuoi lasciarti alla spalle per rinascere. Ed ogni passo che muovi, ogni solco che lasci sulla terra ti fa sentire un po’ più grande, ogni nuova alba che ti accoglie all’orizzonte un po’ più importante, felicemente illuso di poter essere finalmente parte di qualcosa. Into the wild cattura uno stato d’animo, lo stupore delle scoperte, la magia degli incontri, l’imprevedibile purezza della natura che disperatamente cerchi di fare tua e di infondere in quello che fai, per ritrovarti ad ogni nuovo bivio entusiasta delle cose in cui ti imbarchi. E’ solo un film, lo ripeto anche ora, ma mi fa sentire meno arido, ed è una consapevolezza che continua a rimbalzarmi in testa, mentre sono ancora fuso, indissolubilmente, con quelle immagini.






Un colpo basso quello di chiudere con “Elephant Woman” dei Blonde Redhead, mentre stavo già rimuginando sul senso di un film come questo: colpito e affondato. Passando sull’avventato quanto superficiale uso del termine “pedofilo”, su alcune sequenze ballerine e videoclippare davvero poco funzionali all’atmosfera minimal che tiene banco per tutta la durata e dimenticando le lungaggini dell’ultima mezz’ora che girano attorno ad un quadro già fin troppo chiaro, Hard Candy si rivela in ultima battuta come un buon thriller psicologico da camera in cui, a farla da padrone sono le due immense interpretazioni di Ellen Page e Patrick Wilson. Lui, Jeff, è un fotografo che adesca adolescenti sul web e lei, Hayley, una quattordicenne dalla felpa rossa che finisce nella tana del lupo. Ma la trappola tesa nei suoi confronti si rivela ben presto solida quanto un castello di carte: le redini del gioco le ha in mano Hayley che da vittima diventa carnefice. O forse no. Giocato tutto su una pesante ambiguità, David Slade lascia lo spettatore (alla perenne ricerca del personaggio con cui identificarsi) in balia del dubbio, indeciso se patteggiare per uno o per l’altro. Quando le dinamiche sembrano chiare, basta una sfumatura per far saltare tutto. Una sfida che non concede né tregua né soluzioni consolatorie e che stringe la gola non appena Hayley si libera della sua felpa rossa per guardarti dritto negli occhi. 


Mai operazione di marketing fu così fuorviante. Dal trailer alle locandine, Black snake moan sembra voler rincorrere quell’estetica da b-movie tanto cara a Tarantino, un revival che, al di fuori del suo cinema, finisce spesso con l’accartocciarsi nelle proprie intenzioni. Succede quindi che quando la bionda Rae, vestita di short e maglietta che lasciano pochissimo spazio all’immaginazione, irrompe sulla scena aprendo le gambe ai maschi di mezza Tennessee, ci si aspetta un’ironia che non arriva, ancor di più quando, ritrovata da Lazarus (un contadino ed ex bluesman) col volto tumefatto sul ciglio di una strada, questo la incatena ad un termosifone per evitare che continui a consumarsi. Rae è infatti affetta da gravi disturbi del comportamento sessuale, cosa che in qualche modo la rende un outsider come Lazarus, il quale, appena lasciato dalla moglie, ha scelto la solitudine e il rifugio in dio per continuare a vivere. Si uniscano due persone alla deriva e il gioco è fatto: Black snake moan vira ben presto verso la redenzione dei suoi personaggi e il blues, che ne è l’anima, diventa un processo catartico attraverso il quale Lazarus e Rae esorcizzeranno quei demoni ormai a piede libero dopo che entrambi hanno perso i rispettivi punti di riferimento delle loro vite. Seppur con discutibili forzature nella stesura della sceneggiatura (soprattutto sul passato di Rae), Craig Brewer dirige senza mai calcare la mano sugli aspetti più scabrosi, confezionando una storia che ha il sapore di una classica ballata blues, fatta di uomini e donne che si incontrano e risorgono condividendo il proprio dolore. Samuel Jackson rapisce ogni volta che prende la chitarra in mano e Cristina Ricci da vita con sensibilità e navigata bravura un personaggio complesso e difficile da dimenticare.
L’acquisto di un misterioso libro dalla copertina rossa, posizionato sugli scaffali di una libreria con insegna luminosa PRENDIMI e segnalatori sonori che ripetono PRENDIMI PRENDIMI, dà il via ad una discesa verso gli inferi in cui Walter Sparrow, padre di famiglia sui generis, rimane intrappolato nella rete di ossessione verso il numero 23. Senza stare a menarla per le lunghe, leggenda vuole che la ripetitività del numero 23 ritrovabile dalle cose più stupide (tipo le pagine della sceneggiatura di questo film) fino alle date di tragici avvenimenti storici, siano una prova tangibile dell’esistenza del diavolo. E bastano 23 secondi netti per realizzare come un plot tutto sommato accattivante, ceda ben presto il passo al solito thriller che rincorre disperatamente il colpo di scena, in cui Schumacher annoia con una regia inutilmente videoclippara, dalla fotografia sporca e desaturata, e in cui persino Carrey risulta spento in un’interpretazione che non va oltre i suoi nuovi bicipiti tatuati.
Da uno come Milos Forman che, quando va male, sforna ottimi film (e difenderò finché campo “Man on the moon” anche solo per la magistrale interpretazione di Jim Carrey) un lavoro come L’ultimo Inquisitore non te l’aspetti proprio. Diventa persino insostenibile trovarsi di fronte ad un film storico per il quale non si può nemmeno gioire di una ridondanza scenografica: il nulla insomma. Sullo sfondo dell’inquisizione spagnola Forman mette talmente tanta carne al fuoco, da non portare a termine nemmeno la cottura della bistecca più sottile. C’è il dramma di una donna accusata di eresia perché giudea, ci sono i dubbi del prete di turno, c’è una critica alla chiesa cattolica (che raggiunge l’apice nella bella sequenza di una tortura improvvisata), c’è la miseria morale dell’alta società e c’è Francisco Goya che diventa uno dei tanti, l’occhio esterno di questa drammatica bolgia, la cui arte è solo un optional per riempire i titoli di coda. Si segnalano dunque, giusto un paio di sequenze interessanti sotto il profilo formale, le quali brillano per una fotografia che riprende i toni cupi dei dipinti del pittore spagnolo, ma l’incerta direzione in cui la sceneggiatura si imbarca per buona parte della durata del film relega miseramente quest’opera alle cocenti delusioni dell’anno appena passato.


