mercoledì, 28 novembre 2007
Across the universe
Julie Taymor
2007

Con una conoscenza scolastica dei Beatles, la vera difficoltà nel vedere Across The Universe è stata il rimanere indifferente al suo spirito sixties. Prima di entrare in sala infatti, mi sono imposto di non cadere nella trappola dell’operazione nostalgia, promessa puntualmente disattesa al terzo secondo netto di pellicola, prima che delle tumultuose onde irrompessero dallo schermo per avvilupparsi attorno al cuore. Senza girarci troppo attorno, Across The Universe è un film vibrante, carico di passione e di quelle contraddizioni che hanno caratterizzato gli anni che racconta in due ore di caleidoscopica dissonanza. La Taymor infatti sdogana definitivamente i Beatles, offrendone una nuova lettura e plasmando le loro canzoni (tutte riarrangiate da Elliott Goldenthal e cantate dagli stessi attori) su una storia ben lontana dall’aura pop del quartetto di Liverpool: una delusione (forse) per chi si aspettava un tributo filologico, una rivelazione per chi invece raccoglie la sfida abbandonandosi alle immagini. La storia d’amore tra Jude e Lucy è il palcoscenico su cui si alternano la musica come espressione di sè, i sogni, le speranze, le illusioni, i tumulti e gli orrori degli anni '60, quando la ricerca della libertà si scontrava con gli echi di una guerra assurda che arrivavano fin dentro le mura della casa America estendendosi fino ai ghetti di Harlem (aspetto magistralmente sintetizzato nella sequenza gospel di Let it be). Tolta l’utopia di Hair e vicino come fusione tra musica e immagini (soprattutto in quelle che annullano la distanza tra realtà e finzione) a "The Wall" di Alan Parker, Across The Universe descrive un’epoca già abbondantemente assimilata, ma diventa portatore sano di un messaggio universale: la storia è destinata a ripetersi, ci saranno sempre le nutrici d’odio, ma mai arrendersi a questo cancerogeno circolo vizioso, mai abbandonare l’amore e l’entusiasmo per le cose. Soluzione semplicistica? Poco importa: si esce dalla sala ebbri di speranza e col sorriso sulle labbra.
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mercoledì, 28 novembre 2007
Isn't a joke!



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martedì, 20 novembre 2007
Aspettando PARANOID PARK // part.1

Cowgirls, il nuovo sesso
(Even cowgirls get the blues, 1993)



Gus Van Sant incontra la commedia, i colori pastello, i frullati pop e ci racconta Sissy, una ex modella vagabonda dai pollici ipersviluppati che gira l’America in autostop fino al ranch di Rubber Rose, dove vivono un gruppo di cowgirls in rivolta. Tratto dall’omonimo romanzo di Tom Robbins, un cult degli anni settanta, Even Cowgirls Get The Blues è la vittima illustre di un montaggio sconclusionato (fu infatti rimaneggiato dopo un fallimentare esordio al Festival di Venezia) che ci restituisce una storia senza direzione persa tra proclami ecologisti, femministi e orgoglio omosessuale. Comunque fedele agli stilemi tipici del suo cinema, Van Sant piazza qualche bella sequenza (spassosi i tagli tipici dell’estetica western su una storia così grottesca) e dona alla Thurman il suo primo personaggio importante entrato di prepotenza nell’immaginario cinematografico di questi ultimi anni.


Will Hunting, genio ribelle
(Good Will Hunting, 1997)



Primo film su commissione per Van Sant che dirige la sceneggiatura degli esordienti Matt Damon e Ben Affleck. Will Hunting è un teppistello particolarmente brillante e con doti matematiche fuori dal comune, supportato da un docente universitario che ne vede il potenziale e lo sprona al pari di un genitore che riversa sul figlio i propri sogni di gloria. Iniziato alla terapia per evitare il carcere, incontra Sean Maguire uno psicologo poco ortodosso che gli cambierà per sempre la vita. Cinema “classico”, apparentemente molto distante da ciò che Gus Van Sant aveva fatto finora, eppure intriso della sua poetica, Will Hunting brilla per la disarmante semplicità: la conoscenza tra due persone agli antipodi, eppure legati nel loro essere sovversivi è il lasciapassare per una reciproca comprensione e l’inevitabile crescita interiore. Torna un grande Robin Williams, ancora una volta maestro di vita come nel capolavoro di Weir.


Scoprendo Forrester
(Finding Forrester, 2000)



Diretto dopo il disastroso remake di Psycho, il quale aveva almeno il pregio di far discutere su un’operazione sì pericolosa, ma per certi versi interessante, Scoprendo Forrester è il Van Sant fagocitato dall’industria Hollywoodiana. Seguito ideale di Will Hunting, nonché suo negativo nel ribaltare la logica dell’incontro che cambia la vita (in questo caso l’allievo che fa rinascere il proprio maestro) questa moderna “fiaba del ghetto” è un compitino ben svolto che non aggiunge nulla alla carriera del regista americano. Prevedibile (nell’evoluzione e nelle emozioni veicolate), dall’happy ending consolatorio, si ricorda per qualche dialogo ispirato e l’ottima prova di un incazzato e vulnerabile Sean Connery. Sintomatico che dopo questa plastificata esperienza sia arrivato un film come Gerry.


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sabato, 17 novembre 2007
The Bridge
Eric Steel
2006

Sì, è lo stesso ponte di Vertigo, quel Golden Gate Bridge simbolo di San Francisco, imponente icona scarlatta conosciuta in tutto il mondo, una celebrità da toccare con mano prima del grande salto nel vuoto. Numerosi infatti i suicidi che ogni anno si compiono su questo suggestivo teatro “naturale” di epitaffi d’acciaio. E' quindi la fama di ponte maledetto ad avere spinto Eric Steel a dirigere un documentario sulle vite schiantate sul letto d’acqua del Golden Gate, posizionando una telecamera a pochi passi da chi andava incontro alla morte. Ciò che colpisce in The Bridge è la forte dicotomia che anima quei tre chilometri di strada: il folle movimento di macchine e turisti, vita che s-corre, una foto da scattare per ricordare e, dietro l’angolo, il derelitto di turno che si spinge oltre il parapetto, immerso in quella frenetica indifferenza, lasciandosi andare per sempre. Rimane l’enorme senso di vuoto, colmato dalle interviste di chi rimane e piange i suoi morti chiedendosi il perché. Film shock, film verità, un’angosciante galleria di storie difficili; ma quelle immagini, quelle immagini raccolte con dovizia certosina, che sono il dettaglio macabro di una cartolina dai colori saturi, finiscono con l’annullare qualsiasi riflessione e lasciano spazio solo all’imbarazzo per avere assistito a momenti di intima solitudine che in fondo non avevamo il diritto di conoscere.
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lunedì, 12 novembre 2007
NO ONES GONNA FOOL AROUND WITH US



PARANOID PARK
by Gus Van Sant 7/12/07

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sabato, 10 novembre 2007
Harold e Maude
Hal Ashby
1971

Harold si trascina annoiato tra pesanti mura domestiche, inscenando continui suicidi per attirare l’attenzione di una madre ingombrante e dall’egocentrismo infantile, tenuto in vita dall’idea della morte che finisce col nutrirlo e gli regala Maude, un’arzilla ottantenne incontrata durante una delle tante funzioni funebri a cui entrambi partecipano come macabro passatempo. Basta una liquirizia e si legano per la vita. Giocato tutto su dialoghi di pungente humor nero e situazioni paradossali, sarebbe riduttivo aggiungere Harold e Maude alla lista dei film grotteschi, ben altro infatti è lo spirito con cui Hal Ashby compila il suo personale manifesto in movimento sul ritrovare il gusto della vita. Condividere: è nelle esagerazioni di picnic in discariche, di macchine rubate per macinare chilometri verso mete scelte dal caso che si ritrova la voglia di riconciliarsi con se stessi attraverso la conoscenza dell’altro; è in una canzona suonata al piano e nel silenzio di un tramonto che si palesa la solitudine e la tristezza di due persone che si incontrano e creano un mondo proprio per cercare la luce, sempre, come girasoli verso il sole.
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domenica, 04 novembre 2007
The Black Donnellys
Robert Moresco/Paul Haggis
2007



Non hanno avuto vita facile i fratelli irlandesi di The Black Donnellys, serie tv NBC partita con mille aspettative, interrotta dopo poche puntate e portata a termine nello spazio ristretto di uno streaming via web: sorte beffarda, visto l’ampio respiro cinematografico che la caratterizzava. Partendo da un episodio sanguinario che viene lentamente svelato attraverso flashback al cardiopalma, raccontati da Joey "Ice Cream" amico dei Donnellys, la serie racconta la vita sulla strada di Tommy, Kevin, Sean e Jimmy, immischiati col crimine organizzato di New York. Scritta e prodotta da Robert Moresco e Paul Haggis (che dirige anche l’episodio pilota) The Black Donnellys sonda territori non proprio sconosciuti, ripescando situazioni e clichè che hanno reso grande un certo cinema che inizia con Coppola e finisce con Scorsese. Scampato però l’effetto revival, la serie si ritaglia il suo dignitoso spazio strizzando l’occhio al genere senza esserne travolto. Buona parte della riuscita è da imputare infatti ad un ritmo che parte serrato già dall’emblematica sigla (il cui tema portante è composto sui colpi di una pistola) e da un cast in cui non c’è un personaggio fuori posto, magnificamente caratterizzato attorno al conflitto interiore che finisce con l’essere il carburante di ogni situazione che si delinea. Le faide di strada e l’onore della famiglia vengono presi per la gola col vantaggio di ritrovarsi catapultati dentro l'azione, tra le mura di ambienti soffocanti, pistole ancora fumanti e l’odore del sangue. Un vero peccato quindi che il sipario sia calato così presto su quella che sembrava essere la serie tv dell’anno, piegata dalle logiche degli ascolti, che prometteva una nuova saga familiare da amare incondizionatamente.
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