Am I here all alone? *
7.9.07

* Ballad of a thin man
7.9.07

* Ballad of a thin man


Scritto e diretto per la televisione, Do you like Hitchcock?, ultimo lavoro accreditato prima dell’imminente ritorno cinematografico con “La terza madre”, è la coltellata definitiva alla morente carriera del regista romano. Lutto al braccio e indignazione in corpo ci si chiede perchè, dopo un passato indimenticabile e vibrante, Argento debba sottoporci a questo supplizio per 14 pollici che è il culmine di un’inesorabile parabola discendente iniziata da almeno 10 anni. Inutile attuare un processo di negazione e attribuire le colpe al contesto televisivo: la pochezza di questo thriller citazionista va ben oltre l’esiguo budget con cui è stato girato. I tributi al cinema hitchcockiano, da sempre uno dei punti di riferimento di Argento, potevano quantomeno essere oggetto di godimento cinefilo per lo spettatore, ma immersi in una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti, innervosiscono e nulla più, soprattutto quando usati per dare spessore ad un giallo sconclusionato e privo di tensione narrativa. Si aggiungano dei dialoghi sconfortanti che vanno dal “Più penso a questo omicidio e più mi eccito” al “Vuoi un panino? No, sono a dieta….no, non è vero, sono anoressica!” che hanno la fortuna di uscire dalle bocche di un cast da destinare in toto ai lavori socialmente utili, in cui persino uno spaesato Elio Germano riesce a dare del suo peggio. Partendo da “La finestra sul cortile” per costruirci attorno una storia ispirata dalla incomprensibile cronaca nera-domestica tutta italiana, Dario Argento, dirige senza passione e con piglio autoreferenziale e il cui apice stilistico sfocia nelle ghiandole mammarie di tutto il cast femminile e in pornografici close-up sui meccanismi a scatto delle serrature (?)
Nata dalle ceneri di Norma Desmond (indimenticabile personaggio Wilderiano), Veronica Voss è un’ex attrice dell’UFA che, percorso abbondantemente il suo personale viale del tramonto, si ritrova soggiogata da una psichiatra senza scrupoli, anestetizzata dalla morfina e ormai arresa all’idea della morte, morte che pervade una Germania postbellica, animata da personaggi resi simili dalla comune voglia di dimenticare. Che sia un passato fatto di campi di concentramento, o quello glorioso vissuto davanti ad una macchina da presa, la via da percorrere è una rimozione forzata che non contempla l’accettazione del proprio stato. Veronica decide di annullarsi assieme al suo personaggio, impossibilitata nello scinderlo dalla persona, non medita la rentrèe desmondiana, non espone le relique del suo successo, ma le seppellisce sotto il peso di bianche lenzuola: laddove il delirio rappresentato da Wilder era funzionale alla sopravvivenza di Norma, è la cruda consapevolezza del declino ad annientare la Veronica di Fassbinder. Si finisce col pensare che l’abbandono tra le braccia della psichiatra interessata solo ai soldi e non alla sua salute, sia una lucida scelta, un veloce mezzo per chiudere i conti con la vita. Immerso in un suggestivo bianco e nero, fatto di ombre e contrasti di luce abbaglianti, Veronica Voss, conta sulla struggente interpretazione di Rosel Zech, in osmosi totale col personaggio, che regala un ultimo raggelante canto del cigno prima della definitiva calata di sipario. 







