giovedì, 21 giugno 2007

"Questa strada non finirà mai. Probabilmente gira tutta intorno al mondo"
Mike Waters
My Own Private Idaho
mercoledì, 20 giugno 2007
Sangue, la morte non esiste
Libero De Rienzo
2006
Imperfetto ed eccedente, Sangue, la morte non esiste è portatore sano di tutti i limiti di una sincera opera prima, logorroico e sopra le righe, con Libero De Rienzo che oltre a dirigere, si preoccupa di sceneggiare e montare la sua creatura (e c’è stato anche il tempo per un breve cameo come attore) con esiti ora convincenti, ora da dimenticare. Sul banco degli imputati salgono i giovani d’oggi, persi tra “dubbi ontologici” e bloccati dalla paura (di vivere), impossibilitati nello scegliere cosa sia meglio per loro. I due protagonisti sono Yuri e Stella, fratello e sorella legati da un rapporto al limite dell’incesto: sicura di sé, ma senza troppa convinzione lei, completamente irresoluto e sociopatico lui, che si trascina autorecluso in casa tra spaccio di droga e allevamento di zanzare. Yuri e Stella si muovono attraverso reciproci avvicinamenti/allontanamenti, indecisi se spezzare o meno il cordone ombelicale che li lega e, De Rienzo li racconta senza la pretesa di giustificarli o renderli eroi per il pubblico. Lo fa costruendo un film in due atti, più epilogo che a conti fatti sono il problema più evidente, laddove alternando una forma destrutturata (atto I) a quella più classica della commedia italiana (epilogo) e passando attraverso il ritmo sincopato e videoclipparo (atto II), consegna un ritratto sconclusionato e mal gestito nella forma e nell’evoluzione. Bisogna però dire che, prese singolarmente, le tre parti in questione offrono spunti interessanti a partire dal montaggio che mette a segno un paio di sequenze di forte impatto visivo, supportate da una fotografia rara nel cinema italiano e da una colonna sonora che si fa cerebrale, sottolineando lo stato emotivo dei personaggi. La parte centrale pare essere quella più debole, perdendosi in inutili lungaggini che sfociano in un dialogo “fumato” che offre una soluzione al dilemma del personaggio Yuri in modo tanto sbrigativo, quanto banalizzato (per amare gli altri devi prima amare te stesso). De Rienzo dimostra comunque, di avere inventiva nella partitura dei dialoghi, soprattutto nelle parti votate alla commedia e, concessa qualche caduta di tono, il risultato è il più delle volte convincente. Menzione d’onore per i due attori protagonisti: Elio Germano è una conferma che in questo caso si permette il lusso di salvare la baracca molte volte, soprattutto nel finale, completamente nelle sue mani in un tesissimo monologo e Emanuela Barilozzi, con una recitazione biascicata, perfetta per il personaggio che interpreta. Ben lontano dall’essere nel complesso riuscito, Sangue è dunque un esperimento al quale guardare con curiosità, se non altro per riflettere sul fatto che in Italia c’è chi ha ancora voglia di rischiare, uscendo da schemi ormai consolidati e prevedibili.
sabato, 16 giugno 2007
Devils (Les Diables)
Christophe Ruggia
2002

Vedere i due protagonisti di Devils, Joseph e Chloé in fuga perenne da un mondo che non li comprende, mi ha fatto venire in mente quei “400 colpi” di Truffaut e il suo finale aperto verso il futuro: è come se la corsa di Antoine, sia diventata simbolo di un’infanzia negata che paradossalmente non arriverà mai ad una fine, perché ci saranno sempre bambini costretti a sopportare il dolore come unica via per raggiungere l’età adulta. Joseph e Chloé sono due fratelli, abbandonati dai genitori e cresciuti in orfanotrofi dai quali scappano puntualmente per intraprendere lunghi ed estenuanti viaggi di ritorno verso casa; una casa che nella memoria di Joseph ha il colore del sole e una grande piscina pronti ad accoglierli. Chloè, è una bambina autistica, refrattaria a qualsiasi contatto umano e in perenne stato di irrequietezza che si placa solo quando il fratello le sta vicino; il rapporto tra i due è simbiotico, sono cosa unica e Joseph la difende con disperazione, per la paura che possano essere divisi e con l’unico obiettivo di riportarla in quella casa che forse rappresenta l’unica cura per la sua malattia.

Premio come miglior lungometraggio a "Cannes Junior" nel 2002, Devils è opera seconda di Christophe Ruggia, regista pressoché sconosciuto, ma da tenere d’occhio per il futuro: la resa del mondo immaginario che i due bambini si costruiscono è nel complesso ineccepibile, con l’uso di quei colori accesi che donano luce ad un contesto dai contorni orrorifici. Ma è la direzione attoriale a lasciare basiti, soprattutto davanti a sequenze di forte impatto emotivo, dove buona parte della resa è da attribuire ai due giovani attori (entrambi non professionisti e al primo film) che riescono a riempirsi gli occhi di dolore, rancore e diffidenza, quanto basta per farci sentire piccoli e inermi nel pensare che là fuori occhi come quelli cercano ogni giorno una mano tesa.
giovedì, 14 giugno 2007
Fur - Ritratto immaginario di Diane Arbus
Steven Shainberg
2006

Sì è perso il conto degli sputi che le fotografie di Diane Arbus ricevettero durante la prima esposizione al Moma di New York. Lei, donna nata e cresciuta nell’agio borghese che dava voce e volto ad un nutrito esercito di moderni “mostri”; freaks, deformi, prostitute e travestiti: un pugno nello stomaco dell’America puritana degli anni ’60. Artista indipendente rivalutata negli anni, apprezzata da uno come Kubrick che la omaggiò in "Shining" ispirandosi ad una delle sue opere più famose (Identical Twins - Gemelle), la cui vita sembra essere scritta apposta per il cinema: dopo anni di praticantato, seduta alla destra del marito e persa in inutili fotografie per riviste di moda, volge lo sguardo al “diverso” e se ne riempie gli occhi, fino al tragico epilogo, dove barbiturici e lamette, misero la parole fine alla favola della regina dei reietti. Molte persone vivono nel timore che possano subire qualche esperienza traumatica. I freaks sono nati con il loro trauma. Hanno già superato il loro test, nella vita. Sono degli aristocratici. Diceva.

Partendo dal libro di Patricia Bosworth “Diane Arbus: a Biography” ispirato alla vita della fotografa newyokese, Steven Shainberg focalizza sulle motivazioni che possono averla spinta a voltare le spalle a tutto ciò che era la sua vita precedente, per buttarsi anima e corpo nella fotografia. Nel raccontare la Arbus, si tiene a debita distanza dal convenzionale biopic agiografico e costruisce un viaggio immaginario e metaforico dai toni favolistici (sono evidenti i rimandi ad Alice nel paese delle meraviglie e a La Bella e la Bestia) che vuole sondare la scoperta della parte sopita del suo animo, quella che una volta risvegliata potrà permetterle di essere finalmente libera. Il mezzo per oltrepassare questa linea d’ombra è Lionel, un uomo affetto da ipertricosi, affabile e fiero della sua diversità che risveglierà in Diane la curiosità per ciò che la circonda; ed è lo sguardo a muovere l’intero film, laddove la cinepresa diventa occhio attento che scruta.

Tra interni claustrofobici e colori che descrivono stati d’animo, si muove una dimessa Nicole Kidman, vicinissima alla Virginia Wolf di "The Hours". Questa donna ha la capacità di lasciarsi possedere dallo spirito di chi interpreta. Sarà facile notare che quando non recita copioni da sbadiglio, la luce dei suoi occhi è completamente differente; se nel film di Daldry il suo sguardo era irrimediabilmente spento, qui si fa smarrito, salvo poi ritrovarsi quando il suo personaggio prende coscienza di sé stesso, ed è uno spettacolo vedere come ogni parte del suo corpo riesca ad essere comunicativa, anche se si muove attraverso gesti trattenuti e quasi in punta di piedi. L’ottima spalla, Robert Downey Jr. non è da meno; interpretando Lionel completamente rivestito da del pelo posticcio, riesce anch’esso a recitare solo con gli occhi e l’alchimia tra i due ha dell’incredibile. Qualcuno potrà obbiettare che questo film non sia rappresentativo dell’arte di Diane Arbus, ma solo uno studio delle sue opere può esserlo fino in fondo: qui siamo davanti ad un film che nella sua libera interpretazione, rispetta comunque l’essenza del personaggio. Vedere gente inorridire o ridere per alcune sequenze definite kitsch, mi può far solo concludere che la prova di Steven Shainberg è vincente: in fondo le foto delle Arbus provocavano le stesse reazioni.
domenica, 10 giugno 2007
Wolf Creek
Greg McLean
2004
La prima cosa che mi viene da dire è che il cinema australiano gode di ottima salute. Ora, vorrei argomentare questa considerazione, ma concedetemi la superficialità del giudizio, supportato dalla frase “ma quanto era bello questo film!!! Ah, per forza, è australiano!” che mi sono ritrovato a dire spesso negli ultimi tempi. Wolf Creek (visto ieri per la prima volta, con aspettative pari a zero, nonostante le numerose recensioni entusiastiche) non smentisce questa mia convinzione e si presenta come un gioiellino horror, da apprezzare a prescindere anche solo per il fatto che i protagonisti non sono svestite strappone decerebrate con al seguito bambocci ipervitaminizzati pronti ad inseminarle. Il plot è molto semplice e già più volte battuto: un gruppo di amici, partito per un lungo viaggio, si ritrova in balia di un insospettabile “mostro” amante dell’intrattenimento ludico a base di corpi umani; per dovere di cronaca, bisognerebbe sottolineare che il film in questione si muove partendo da fatti realmente accaduti in Australia nei primi anni novanta e, forse è proprio questa la sua carta vincente, in quanto risulta prima di tutto una cronaca veritiera (seppure con libere concessioni) di avvenimenti atroci. Greg McLean (qui alla sua prima regia) costruisce quindi un solido road movie ottimamente gestito nella sua evoluzione, con una prima parte preparatoria per una volta ben strutturata e non riempitiva, in cui si da voce ai tre personaggi/vittime e al loro entusiasmo per il viaggio intrapreso; una rassicurante messa in scena della “normalità” che renderà insostenibile l’inevitabile a atteso ingresso della follia. Grazie alle numerose riprese con cinepresa a spalla che offrono spesso la soggettiva dei personaggi, McLean offre quindi un punto di vista della storia che è ben lontano dall’essere freddo e distaccato, o ancor peggio patinato (caratteristica di molti film USA), ne consegue l’impossibilità per chi guarda di non lasciarsi coinvolgere nella trappola in cui cadono i protagonisti, provandone empatia. A questo si aggiungano una fotografia mozzafiato e qualche sequenza miracolosamente suggestiva che sono davvero una boccata d’aria fresca per un genere troppo spesso stereotipato e che rendono Wolf Creek un film interessante anche per il più convinto dei detrattori.
lunedì, 04 giugno 2007
Death Proof
Quentin Tarantino
2007
fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck fuck

Oh Tarantino, me l’hai messa nuovamente nel culo! Mi hai fatto entrare in sala spavaldo come pochi, con in mano il biglietto per assistere alla tua disfatta, al primo vero fallimento di un regista in pieno delirio di onnipotenza; a chi volevi darla a bere col tuo filmetto allungato come un caffè americano, eh? Eh!? ...Ecco che mi ritrovo per l’ennesima volta in ginocchio, capitolato davanti a questa dichiarazione d’amore: un totemico tributo al cinema che ti ha svezzato, un autoreferenziale contenitore delle tue ossessioni in cui, ancora una volta, decidi di renderci partecipi sorridendoci sornione, tra pacche sulle spalle e virgin piña colada versata ai nostri tavoli. Mi annoia anche il solo pensiero di dovere descrivere quanto il tuo gioco citazionista risulti vincente, così ancorato ad un genere che non esiste più, eppure così fottutamente personale; mi annoia raccontare il tuo film perché Death Proof va vissuto e va goduto, in tutti i suoi 110 minuti di verbosissimi dialoghi al limite del nonsense, di viaggi andata/ritorno attorno al pianeta donna (sei cosciente di avere diretto col testosterone il tuo film più vaginale?), di memorabili inseguimenti e scontri in macchine usate come armi letali. Lo so Quentin, lo so: diranno che hai dato vita ad un giocattolo tirato a lucido (e forse lo è) ma datemi pacchi di giocattoli come questi che mi fanno saltare sulla poltrona del cinema in preda a crisi epilettiche, che mi permettono di uscire dalla sala con un sorriso che arriva sino alla nuca.

CUT-UP
Io vivevo nella convinzione che l’uomo dai capelli più belli del mondo fosse David Bowie. Mi sono dovuto ricredere: voglio i capelli di Kurt Russell. Roba da passarsi le mani in testa per ore come nella pubblicità della clear.
Il gioco dell’estate 2007 sarà il “toto-culo”.
Portatemi da Marilyn Manson: devo decolorargli anche l’occhio destro a suon di schiaffi per avere lasciato quell’angelo di Rose McGowan.
Cosa ho scritto? Sappiate che il mio entusiasmo è anche troppo contenuto.