[ OSCAR 2007 ]
MARTIN SCATENATO:
4 premi al film "The Departed"

foto Repubblica.it
MARTIN SCATENATO:
4 premi al film "The Departed"

foto Repubblica.it
"Grazie a Dio sono riuscito a fare tanti film in 36 anni senza mai vincere un Oscar: questo è venuto su come sorpresa straordinaria, e che abbia vinto è ancora più sorprendente. Fai un film senza pensare a vincere ma ora lo apprezzo veramente. Forse non ero pronto prima, sono contento che ci sia voluto tanto, ne valeva la pena".





Come mi sento Nanni Moretti in questo momento: avete presente la sequenza della tortura al recensore in "Caro Diario"? Ecco, vorrei raccogliere in una stanza i giornalisti di mezzo mondo e fare la stessa cosa, chiedendo loro di motivare le lodi tessute per il nuovo lavoro di Richard Eyre. Bastano infatti le superbe interpretazioni di Judi Dench e Cate Blanchett per gridare al capolavoro? Possibile che nessuno si sia accorto di un'approssimativa quanto fallace sceneggiatura (per altro nominata ai prossimi oscar)? Note on a scandal, storia di due donne frustrate, due insegnanti, due solitudini: una sociale (quella di Barbara) e l'altra emotiva (quella di Sheba). Sheba intraprende una trasgressiva quanto totalizzante storia a sfondo sessuale con l'allievo quindicenne; scoperta da Barbara (che nel frattempo si è morbosamente attaccata alla collega) verrà ricattata sino all'inevitabile epilogo finale. Quella che sulla carta doveva essere una storia scritta sul filo del rasoio, carica di tensione emotiva tra le due protagoniste, si rivela invece un'occasione sprecata, perchè risulta difficile trovare il lato positivo in un film che appare il più delle volte affrettato e/o con soluzioni piuttosto banali, ma soprattutto privo di mordente nel definire la complessa psicologia delle due protagoniste, mancanza che viene colmata da un'insistente voce off che aggiunge il pathos laddove ci dovrebbe essere e invece non c'è e, dalle ridondanti musiche di un Philip Glass in evidente stato confusionale. Inutile anche sottolineare la bravura delle due attrici che, in un'opera così mediocre, giusto per citare una frase della Dench nel film, risultano fuori luogo quanto una scimmia arrivata dalla giungla che ordina un gin tonic.
Trovarsi di fronte alla messa in scena di INLAND EMPIRE equivale ad un dialogo con uno schizofrenico: l'uomo abituato a script ben delineati, ad un botta e risposta con una sua logica e coerenza, si ritrova spiazzato nel non ritrovare l'altro (e quindi se stesso) nella conversazione. Da Lynch e dal suo nuovo film non ci si può aspettare nulla poichè ogni secondo, ogni minuto, ogni ora è fuori da qualsiasi controllo razionale, totalmente imprevedibile: in questo le quasi tre ore di INLAND EMPIRE sono una continua violenza fisica e psicologica davanti alla quale si può provare sdegno oppure capitolare senza più difese, accettando l'idea del gioco psicologico. Se in un primo momento si inizia con la linearità di un set cinematografico dove ci si prepara per il remake di un film "maledetto", ben presto si devia dalla retta via e la protagonista Nikki Grace (Laura Dern) inizia una discesa agli inferi in cui, come in un gioco di specchi, sarà pressocchè impossibile distinguere la realtà dalla finzione. Ed è così che Lynch libera lo spettatore nel vortice del caos, come in un quadro di Escher, fatto di scale buie in cui è impossibile trovare una via d'uscita o, male che vada, ogni tanto potreste trovare una porta che apre su stanze con all'interno uomini vestiti da conigli, volti deformati, luci accecanti, oscurità, distorsioni, personaggi inquietanti con cui non vorreste avere a che fare nemmeno per un secondo. Paragonabile come idea di partenza al precedente Mulholland Drive, INLAND EMPIRE è a conti fatti una personalissima e delirante riflessione sul cinema, del rapporto tra regista e attore, ma ancora di più tra l'attore e il proprio personaggio, laddove sonda il sottile limite tra recitazione e vita privata: quanto è possibile mantenere separati questi due aspetti e non esserne sopraffatti? Cosa può succedere se la maschera non è più scissa dalla persona? Lynch decide di raccontarlo mettendolo al servizio del suo talento visionario, aiutato dalle musiche di Krzysztof Penderecki che crea dal nulla suoni che sanno di morte e da una Laura Dern dissociata e praticamente perfetta: alla fine si ha l'impressione di avere compiuto un viaggio che rimane esperienza unica e personale, talmente intenso, che si ha quasi pudore di raccontarlo agli altri. 