martedì, 30 gennaio 2007
Lettera a tre mogli
Joseph L. Mankiewicz
1949
Prove tecniche di capolavoro. Un anno prima del trionfo di Eva contro Eva, Mankiewicz anima la provincia americana di tre donne, tre amiche che decidono di passare una giornata fuori porta a bordo di un battello turistico; poco prima della loro partenza però, Deborah, Lora e Rita ricevono una lettera in cui Addie, loro amica, annuncia di essere in partenza dalla città in compagnia di uno dei loro mariti, senza ovviamente dire quale. Le tre donne decidono di non dare peso alla cosa ma, una volta partite per la gita, l'inesorabile trascorrere del tempo sarà terreno fertile per il dubbio e, ognuna di loro si ritroverà a ripensare al proprio matrimonio in cerca del minimo appiglio che allontani dalla mente l'idea che il marito fedifrago possa essere il proprio. Da un romanzo di John Klempner, sceneggiato dallo stesso Mankiewicz, un sontuoso ritratto al femminile finemente incastonato in una sceneggiatura che è una tortura psicologica, attraverso la quale impariamo a conoscere il passato delle protagoniste e la stessa Addie (voce narrante del film) che non apparirà mai, ma che comunque alla fine sarà immagine vivida nella nostra mente. Simile per struttura e direzione attoriale al successivo e ben più famoso film con la Davis, Lettera a tre mogli deve essere comunque annoverato tra le visioni imperdibili, per toccare con mano la perfezione stilistica di un film che, nella ricerca ossessiva del dettaglio, dà vita, con divertito cinismo, a splendidi personaggi plasmati su un cast in stato di grazia e aiutato da un testo brillante e senza cedimenti.
lunedì, 29 gennaio 2007
Radio America
Robert Altman
2006

Vorresti abbracciarli uno per uno i 53 protagonisti di Radio America. Vorresti salire sul palco con loro, cantare un country sbilenco e, una volta staccata la spina, ritornare nel backstage a sentir raccontare di amori consumati, di vecchi rancori, di ricordi che odorano di polvere. Vorresti avere la loro consapevolezza, guardare alla vita con la serenità di chi sa che si arriverà presto ad un capolinea più o meno lontano e per questo attaccarsi a quella vita, ogni giorno come se fosse l'ultimo.
domenica, 28 gennaio 2007
Schiavo d'Amore
John Cromwell
1934
L'amore che dura di più è quello che non è mai corrisposto. Dall'omonimo romanzo di William Somerset Maughan, "Schiavo d'amore" è la storia di Philip Carey (Leslie Howard), pittore fallito, dimesso e con un'evidente malformazione al piede che torna nella natia Londra deciso a seguire le orme del padre e diventare un medico. L'opera di ricostruzione della propria vita viene messa a dura prova dall'incontro con Mildred (Bette Davis), una subdola cameriera che senza tanti giri di parole può essere etichettata come "stronza"; Philip se ne innamora perdutamente, cadendo in un'ossessione che si trascina negli anni, un perverso gioco psicologico le cui redini sono ben strette nelle mani di Mildred. Attore prestato alla regia, John Cromwell da vita ad un film che, seppur discutibile nella forma, brilla per un ottimo lavoro sui personaggi, laddove riesce a far cadere lo spettatore nella trappola di Mildred insieme al povero Philip, per il quale è impossibile non provare un profondo sentimento di empatia. Ma è la Davis (qui al suo primo film da protagonista) a lasciare esterrefatti: carica di vibrante perfidia, riesce a sputare veleno anche solo alzando il sopracciglio.
venerdì, 26 gennaio 2007
Il Grande Capo
Lars Von Trier
2006
Chi l'ha detto che Lars Von Trier ha abbandonato l'America? Lo abbiamo visto allontanarsi da Manderlay diretto a Washington, ma ha deviato verso Hollywood; sì, perchè il suo nuovo film è un tributo ai padri fondatori della miglior commedia americana: Von Trier infatti prende George Cukor, Leo McCarey e Howards Hawks e li reiventa, plasmandoli a propria immagine e somiglianza. "Il Grande Capo" infatti è portatore sano di screwball; ne mantiene la struttura e l'equivoco iniziale (un fatto che solo in pochi conoscono) e il resto è solo una mera conseguenza. Il risultato è esilarante e soprattutto spiazzante, primo perchè Von Trier abbandona le sue eroine votate all'autoflagellazione e secondariamente perchè riempie lo schermo di personaggi dotati di sanissima ironia, liberati nello spazio ristretto di un ufficio che diventa un circo di personalità le più disparate. L'equivoco iniziale è il capo di un'azienda che non esiste, una figura creata ad hoc dal vero proprietario, per addossare la colpa di tutti i mali verificatisi durante gli anni; quando l'azienda deve essere venduta e i sei dipendenti liquidati, necessità vuole che venga assunto un attore per impersonare il "Grande Capo" e che porti a termine la transazione di vendita. Da qui ha inizio la farsa, in cui il finto Grande Capo inizierà a relazionarsi con quei dipendenti che negli anni si sono costruiti un'immagine ben definita di quell'uomo (ognuno la sua) assecondandone l'idealizzazione, almeno fino all'inaspettato epilogo. Esilarante, dicevo: si, perchè Von Trier gioca e scherza innanzitutto con lo spettatore (che diventa parte attiva: non solo sa cose in più rispetto a qualsiasi altro personaggio all'interno del film, ma è lo stesso Von Trier che ci dialoga, anticipandone i pensieri) e infine si prende gioco di tutti coloro che lo hanno sempre criticato in quanto troppo severo con i suoi attori, attraverso un'autoironia tagliente e l'uso dell'AUTOMAVISION (riprese random decise da un computer), facendone marionette e mettendo in risalto la sola grande vera verità: l'unico grande capo è soltanto lui.
venerdì, 26 gennaio 2007
La costola di Adamo
George Cukor
1949
Prendete la più grande coppia del cinema, Spencer Tracy e Katherine Hepburn, qui chiamati ad interpretare marito e moglie (procuratore lui e avvocato lei); aggiungete la regia di George Cukor, uno dei padri putativi della commedia americana e avrete servita una raffinata e brillante opera "antropologica". Sì, perchè ne "La Costola di Adamo" si discute di uomini e di donne, dei loro ruoli all'interno della società, delle differenze (e delle uguaglianze) tra l'essere maschio o femmina, di quelle battaglie per cui è necessario scendere in piazza. Ed ecco allora Amanda Bonner chiamata a difendere Doris Attinger, una donna tradita e maltrattata che tenta di uccidere il marito dopo l'ennesimo torto subito. Caso vuole che l'accusa sia sostenuta dal marito di Amanda; avrà così inizio una querelle che dalle aule del tribunale si trascinerà fin dentro le mura domestiche, portata avanti a suon di colpi bassi ed elettrizzanti dialoghi volti al ridicolizzarsi l'uno l'altro. Da una sceneggiatura di Garson Kanin e Ruth Gordon, un film al servizio dello strepitoso duo Hepburn/ Tracy, attuale per contenuti e dinamiche e sorretto da una regia solida ed elegante: Cukor costruisce un film come fosse un insieme di siparietti (impossibile non sorridere ogni qualvolta sulla schermata compare la scritta "that evening", quale previsione di liti in arrivo) senza però mai cadere nella trappola del deja-vù. E allo spettatore non resta che assistere a questa esilarante guerra tra sessi, condita però sempre da quelle verve che solo i grandi maestri sanno dare e interpretare.
mercoledì, 24 gennaio 2007
The Notorious Bettie Page
Mary Harron
2006
Pelle di porcellana costretta in corsetti e lacci, un metro e sessantasei di curve mozzafiato, frangetta corvina e vertiginosi tacchi a spillo: eccola Bettie Page, prima pin up tra le più famose, ora icona fetish transgenerazionale per eccellenza; bandita, considerata poco più che una puttana, venduta sotto banco, oscena. Fa sorridere tutto il clamore sollevato attorno alla sua figura, ma parliamo dell'America bigotta degli anni '50 che tanto si scandalizzava per quegli scatti maliziosi conditi di nodi, corde e sculacciate; quelle foto che a vederle ora, così caserecce e ironiche, hanno perso tutta la loro valenza provocatoria. Sorprende ancora di più il fatto che alla base di tutto non ci fosse nessun tipo di malizia perchè la Page viveva la sua notorietà con un'innocenza comune a poche, come se fosse un gioco, riuscendo anche a far convivere un'attività "trasgressiva" con una profonda religiosità (Se Dio pensasse che quello che faccio è immorale e sbagliato mi avrebbe mandato qualche tipo di segno). A raccontare la sua storia, sale in regia Mary Harron (American Psycho) che, abbandonando il canonico incedere da biopic, si concentra principalmente sulla vita adulta della Page partendo dal processo per pornografia, contro Irving Klaw (principale fautore del suo successo) per approdare, attraverso una serie di flashback, all'ascesa e alla "redenzione" della diva del burlesque; a conti fatti il suo personaggio diventa soprattutto veicolo per rappresentare l'ipocrisia della società americana di quel periodo. Aiutata da una fotografia vintage che alterna il bianco/nero più sordido ad un saturo technicolor (aspetto che favorisce l'immersione totale nell'atmosfera del film) la Harron colma così le lacune di una regia innocua e senza particolari guizzi narrativi che risulta spesso superficiale nell'affrontare gli avvenimenti della vita della Page. Buona parte della riuscita di questa pellicola inoltre è da attribuire alla convincente prova di Gretchen Mol (Bettie Page), ora impertinente e fanciullesca, ora intensa e drammatica, e di Lily Taylor nella parte di Paula Klaw, sorella di Irving, lei che a detta della Page era una brava persona perchè non stringeva troppo i nodi delle corde tese sul suo corpo durante le sessioni di bondage.
venerdì, 19 gennaio 2007
L'arte del sogno
Michel Gondry
2006

Ci sono film che sfuggono alla logica della "razionale recensione" ed io ora non ho voglia di parlarvi del talento visionario di Gondry o dei personaggi genuini e puri a cui ha dato vita: non avrebbe senso. Questo film è uno spazio transizionale, una regressione in cui è bello perdersi. Prendete il ricordo più bello della vostra infanzia, pensate alle emozioni di cui è rivestito; ecco ho provato questo nel vedere L'arte del sogno.
venerdì, 19 gennaio 2007
Apocalypto
Mel Gibson
2006
Cosa aggiungere al fiume di parole già spese per Apocalypto? Il nuovo lavoro di Gibson si candida ad essere il film più "chiacchierato" dell'anno, tanto da darmi l'impressione di essere ad una seconda visione nel momento in cui inizio a vederlo. La storia è semplice: il giovane indigeno Zampa di Giaguaro viene catturato e allontanato dal suo villaggio (straziato da una tribù più forte e predominante) per essere sacrificato alle divinità maya. Riuscito a scappare e braccato dai suoi inseguitori, tenta di tornare alla sua foresta e ai suoi affetti. Di contro la linearità della trama, Gibson costruisce un film che offre comunque molte chiavi di lettura, perchè Apocalypto apre come manifesto antropologico e politico ("una grande civiltà viene conquistata dall'esterno solo quando si è distrutta dall'interno") ma si tramuta presto in una storia di "formazione" del personaggio Zampa di Giaguaro, in cui il messaggio ecologico e spirituale è piuttosto evidente. In questo la prova di Gibson è vincente laddove riesce a gestire questi tre livelli di narrazione col piglio da grande regista, regalando molte sequenze particolarmente suggestive e tecnicamente impeccabili (anche i più accaniti detrattori dovranno riconoscergli la capacità di riuscire a trascinare inesorabilmente dentro al film); rimane però da definire quanto si possa essere complici della sua estetica. Molte infatti le scelte discutibili: cosa sarebbe stata infatti l'epica corsa di Zampa di Giaguaro verso casa, se al posto dell'overdose di azione, Gibson avesse affrontato di petto (senza lasciarla alla deduzione dello spettatore) la sua crescita interiore e lo stretto legame con la natura che gli permette di affrontare e dominare le sue paure? Un vero peccato. Qualcuno ha definito Apocalypto un "Braveheart in salsa messicana" ed è innegabile un ritorno ai temi di quel film, ma io per Wallace ho pianto, per questo indigeno tatuato invece posso anche attuare un processo di rimozione.
martedì, 16 gennaio 2007
GOLDEN GLOBES 2006 / WINNERS

BEST MOTION PICTURE - DRAMA
Babel
BEST MOTION PICTURE - COMEDY OR MUSICAL
Dreamgirls
BEST DIRECTOR - MOTION PICTURE
MARTIN SCORSESE - The Departed
BEST FOREIGN LANGUAGE FILM
Letters from Iwo Jima
BEST PERFORMANCE BY AN ACTRESS IN A MOTION PICTURE - DRAMA
HELEN MIRREN - The Queen
BEST PERFORMANCE BY AN ACTOR IN A MOTION PICTURE - DRAMA
FOREST WHITAKER - The last king of Scotland
BEST PERFORMANCE BY AN ACTRESS IN A MOTION PICTURE - COMEDY OR MUSICAL
MERYL STREEP - The devil wears Prada
BEST PERFORMANCE BY AN ACTOR IN A MOTION PICTURE - COMEDY OR MUSICAL
SACHA BARON COHEN - Borat
BEST PERFORMANCE BY AN ACTRESS IN A SUPPORTING ROLE IN A MOTION PICTURE
JENNIFER HUDSON - Dreamgirls
BEST PERFORMANCE BY AN ACTOR IN A SUPPORTING ROLE IN A MOTION PICTURE
EDDIE MURPHY - Dreamgirls
BEST SCREENPLAY - MOTION PICTURE
PETER MORGAN - The Queen
BEST ANIMATED FEATURE FILM
Cars
lista completa vincitori