Marie Antoinette
Sofia Coppola
2006
"So di essermi presa molte libertà, ma non era la grande storia che mi interessava: per quella ci sono gli storici, c'è Antonia Fraser alla cui biografia mi sono ispirata. Io ho voluto raccontare l'umanità di una donna che non era né innocente né crudele, né stupida né intelligente, il cui destino l'ha portata nel posto sbagliato al momento sbagliato". Si parta dalle parole della Coppola per capire il senso e le intenzioni del suo film: condivisibile o meno, questa è la sua personalissima visione della discussa regina francese. La storia non è presente, è tenuta fuori dal mondo ovattato in cui è immersa Maria Antonietta, arrivata quattordicenne alla corte di Francia e promessa sposa del futuro re Luigi XVI. Una quattordicenne come tutte le altre che sfugge alla noia di un mondo a cui sente di non appartenere, con ogni mezzo a sua disposizione. Tolto l'aspetto storico non rimane nulla, se non l'assurdità dell'aristocrazia con le sue regole di buona condotta a cui la Coppola attinge a piene mani per sottolineare la pesantezza della situazione. E lo fa costruendo un susseguirsi di sequenze come quadri, di istantanee che hanno nella solitudine un unico filo conduttore che abbracciano tutta la vita della regina fino all'ultima scena di dissoluzione in cui, un'indolente Maria Antonietta, si consegna al suo popolo per essere uccisa. Quanta bellezza. Questo ho pensato all'uscita dalla sala. giudizio assolutamente positivo quindi per un film che non può non dividere, ma che allo stesso tempo è una conferma di quanta maestria ci sia in Sofia Coppola. Vedere per credere l'incipit che è un sunto incredibile del personaggio o le intense sequenze "silenziose" in cui si ha come l'impressione di sentire cosa passa per la testa della regina. Visivamente "glamoroso", impeccabile, riempie gli occhi ed esalta laddove musiche così fuori luogo (Vivaldi che si incontra con Strokes e Cure) risultino allo stesso tempo perfette per quegli ambienti e quelle immagini. Ottima la Dunst che finalmente si fa ricordare e, sorridendo maliziosa, convince il pubblico di essere l'unica a poter reggere quella parte.
Sofia Coppola
2006
"So di essermi presa molte libertà, ma non era la grande storia che mi interessava: per quella ci sono gli storici, c'è Antonia Fraser alla cui biografia mi sono ispirata. Io ho voluto raccontare l'umanità di una donna che non era né innocente né crudele, né stupida né intelligente, il cui destino l'ha portata nel posto sbagliato al momento sbagliato". Si parta dalle parole della Coppola per capire il senso e le intenzioni del suo film: condivisibile o meno, questa è la sua personalissima visione della discussa regina francese. La storia non è presente, è tenuta fuori dal mondo ovattato in cui è immersa Maria Antonietta, arrivata quattordicenne alla corte di Francia e promessa sposa del futuro re Luigi XVI. Una quattordicenne come tutte le altre che sfugge alla noia di un mondo a cui sente di non appartenere, con ogni mezzo a sua disposizione. Tolto l'aspetto storico non rimane nulla, se non l'assurdità dell'aristocrazia con le sue regole di buona condotta a cui la Coppola attinge a piene mani per sottolineare la pesantezza della situazione. E lo fa costruendo un susseguirsi di sequenze come quadri, di istantanee che hanno nella solitudine un unico filo conduttore che abbracciano tutta la vita della regina fino all'ultima scena di dissoluzione in cui, un'indolente Maria Antonietta, si consegna al suo popolo per essere uccisa. Quanta bellezza. Questo ho pensato all'uscita dalla sala. giudizio assolutamente positivo quindi per un film che non può non dividere, ma che allo stesso tempo è una conferma di quanta maestria ci sia in Sofia Coppola. Vedere per credere l'incipit che è un sunto incredibile del personaggio o le intense sequenze "silenziose" in cui si ha come l'impressione di sentire cosa passa per la testa della regina. Visivamente "glamoroso", impeccabile, riempie gli occhi ed esalta laddove musiche così fuori luogo (Vivaldi che si incontra con Strokes e Cure) risultino allo stesso tempo perfette per quegli ambienti e quelle immagini. Ottima la Dunst che finalmente si fa ricordare e, sorridendo maliziosa, convince il pubblico di essere l'unica a poter reggere quella parte. 





Se dovessi incontrare Tom Tykwer, gli chiederei subito con quale spirito si è avvicinato alla direzione di questa singolare storia. Come non ricordare infatti che negli anni, Patrick Suskind, autore dell’omonimo libro, si era sempre rifiutato di cederne i diritti per la trasposizione cinematografica e che allo stesso tempo venivano fatti i nomi di Kubrick o Burton come possibili registi? Inutile dire che le aspettative per il suo film erano piuttosto alte, soprattutto per le difficoltà insite nel racconto in cui si muove Jean-Baptiste Grenouille: nato senza odore, è ossessionato dall’idea del profumo come mezzo per raggiungere il cuore delle persone e dominarle; aspetto che lo spinge ad uccidere giovani donne per estrarre la loro essenza e creare il profumo perfetto da utilizzare per raggiungere il suo scopo. Sulla carta, dunque, una storia impossibile da filmare proprio perché focalizzata sugli odori. Tykwer decide così di giocare sporco, confezionando un film visivamente molto affascinante (la resa della Francia agli inizi del diciottesimo secolo è perfetta, così come i suoi personaggi femminili di botticelliana memoria) che inebria e stordisce, ma che si tiene ben lontano dalla complessità della storia, di fatto fallendo nell’intento di trasmettere l’importanza che gli odori hanno per Grenouille, con il risultato che la sua figura viene banalizzata e ridotta al pari di un “normale“ assassino impossibile da capire fino in fondo. Manca dunque la poesia e quella miscela ambigua di atmosfera fiabesca e angosciante che attraversa questo racconto poco convenzionale e che forse solo una mano esperta avrebbe potuto rendere al meglio. Partendo dal presupposto che il risultato poteva essere disastroso, si deve comunque riconoscere a Tykwer il merito di avere dato vita ad un film decisamente ipnotico ed elegante che in due ore e mezza non annoia e che ci regala un ritrovato Dustin Hoffman e l’intensa prova del giovane Ben Wishaw che rimane un Grenouille inquieto, tormentato e impeccabile. A tutti però consiglio la lettura del libro, giusto per ritrovare il “vero” Grenouille ed essere rapiti dal suo profumo.