Jonathan Dayton / Valerie Frais
2006
Benvenuti sul furgone giallo degli Hoover, direzione California. A bordo una bambina che vuole partecipare ad un concorso di bellezza, un nonno che sniffa eroina e legge riviste porno, un padre improbabile insegnante di corsi sulla motivazione, un figlio nichilista che ha fatto voto di silenzio, uno zio omosessuale fresco di tentato suicidio e una madre indaffarata nel tentare di tenere unita questa sgangherata famiglia. Nulla da spartire con loro direte voi, eppure Little Miss Sunshine è uno di quei film che ci ricorda quanto valga la pena vivere. Costruito sulla filosofia della competizione e sulla dicotomia vincenti contro perdenti, che ci vuole tutti inseriti in una o nell'altra categoria senza tenere conto delle sfumature e differenze che rendono ogni individuo unico nel suo genere (e quindi speciale), il film della coppia Dayton/ Faris assesta in ogni sequenza un colpo alla cultura americana dell'apparire. Capita così che nel momento in cui quel furgone giallo inizia il suo viaggio, ci si risvegli dal torpore insieme a quei personaggi che lentamente prenderanno coscienza della propria vita e delle proprie capacità inespresse. Presto ci renderemo conto che i valori a cui gli Hoover fanno riferimento sono tanto più forti quanto lontani dalla società effimera in cui sono violentemente inseriti e di cui sono complici. Un on the road di solidarietà familiare sorretto da una sceneggiatura di sulfurea intelligenza, dove dramma e commedia si fondono proprio come accade nella vita reale e, anche laddove si ride più del dovuto o si sfocia nel grottesco, non si perde mai di vista il messaggio di fondo. Insomma, una sorpresa continua rafforzato inoltre da un cast in splendida forma, illuminato dagli occhioni innocenti di Abigail Breslin, 9 anni, pochi film alle spalle ma praticamente a suo agio nel ruolo: è ora che il trono su cui è seduta Dakota Fanning inizi a sgretolarsi. 





Nonostante M. Night Shyamalan non abbia inventato nulla (già nel lontano 1944 un maestro come Fritz Lang sconvolse il pubblico con La Donna del Ritratto, film dal finale "fantoccio"), è innegabile che dopo il suo “Sesto Senso” ogni thriller viene visto con un occhio più puntiglioso e attento, ma soprattutto domandandosi se quello che si vede è realtà o finzione. Stessa domanda che ci si pone durante la visione di Stay, opera terza di Marc Forster, apprezzato regista di "Monster’s Ball" e "Neverland", qui al lavoro con lo sceneggiatore David Benioff (La 25a ora). Il film è aperto con una soggettiva: siamo in macchina e un attimo dopo veniamo catapultati al di fuori. Un battito di ciglia e di nuovo catapultati in un altro luogo: è un flashback? O è un sogno? Forse lo sono entrambi, forse. Uno studente di nome Henry Letham (Ryan Gosling) annuncia allo psichiatra della sua università, Sam Foster (Ewan McGregor), l’intenzione di suicidarsi sabato sera. Foster prende particolarmente a cuore il caso, vuoi per passione professionale vuoi per esperienza personale, poiché legato a una donna (Naomi Watts) perennemente sull’orlo del suicidio. Inizia così una corsa contro il tempo, in cui ci sarà un lento e inesorabile distacco dalla realtà; realtà che andrà a mischiarsi con l’immaginazione e l’illusione e in cui sarà difficile distinguere il reale dall'onirico. Con una sceneggiatura al minimo sindacale, tuttavia non banale, Stay colpisce soprattutto per le ottime trovate visive: un uso fantasioso del montaggio e una fotografia livida donano al film atmosfere cupe ed ostili. Risultato? Un senso costante di straniamento. Pertanto dispiace dire che buona parte dell’interesse per il film è da riferire a questo aspetto; il cast per esempio risulta particolarmente sottotono, quasi dimesso, e solo Gosling sembra essere a suo agio, ma forse ciò è condizionato dalla storia in sè e dalla sua soluzione. Soluzione che arriverà a cinque minuti dalla fine e a quel punto sarà divertente andare a ripescare tutti gli indizi sparsi per il film che passano in un primo momento inosservati: solo allora, forse, i pantaloni palesemente corti di Ewan McGregor non saranno più ridicoli.
Paul Haggis, già sceneggiatore di “Million Dollar Baby”, approda con Crash alla sua prima regia portando a casa durante la notte degli oscar i premi come miglior film e miglior sceneggiatura. Ecco l’ennesima cantonata dell’Academy perché più che un film Crash è un riuscito esercizio di stile, freddo come la neve che cade sui titoli di coda mentre gli Stereophonics cantano Maybe Tomorrow nella speranza di dare un minimo di spessore emotivo alla pellicola. Sì, perché se si va oltre la buona prova attoriale di un cast in gran spolvero (persino la Bullock sembra convinta di quello che fa), oltre la splendida fotografia e una regia accattivante e furbetta, di Crash non rimane poi molto. Haggis decide di sondare i pro e contro di una società multiculturale come quella americana, sottolineando come questa sia fallimentare laddove ogni gruppo sociale rimane chiuso con i suoi limiti, pregiudizi e xenofobie evitando qualsiasi contatto fisico; contatto che inevitabilmente si avrà nelle 36 ore che trascorrono durante il film in cui seguiamo le vite di più personaggi diversi per razza, ceto sociale e professione destinati a incrociarsi per i motivi più disparati.. Ma Haggis non è Inarritu e non si pone nemmeno il problema di approfondire la psicologia dei suoi personaggi, di umanizzarli e di farci capire la loro evoluzione. Il risultato è troppo distaccato e didascalico con una conseguente carrellata di asettiche situazioni che si tenta di salvare con un’enfatica colonna sonora (peraltro notevole) che affoga le scene e rende il tutto privo di realismo e naturalezza. Alla fine dei giochi, se in un primo momento Crash sembra lasciare un segno, dato anche l’argomento importante e attuale, col passare del tempo si allontana dalla mente e dal cuore e non lascia traccia. In un mondo post 11 settembre, il successo di questa pellicola non sorprende e merita comunque una visione, nel caso la situazione americana non vi fosse chiara.
Giunta al termine la 63a edizione del Festival di Venezia. Mi dispiace non aver potuto seguire la manifestazione sulle pagine di questo blog (anche se la parentesi più importante campeggia in bella mostra qua sotto) edizione che ha riservato qualche sorpresa e molte illustri bocciature. Di pochi minuti fa i risultati delle premiazioni:
“Parlo di umani. E per umano intendo imperfetto. E per imperfetto intendo strano. Trovatemi degli strani!” Sarà questo il leitmotiv promosso da Martin Tweed (Hugh Grant), popolare presentatore dell’altrettanto popolare trasmissione televisiva American Dreamz, per la ricerca dei “fenomeni” assolutamente privi di talento che andranno a formare il cast del suo show. Paul Weitz sferra così il suo primo colpo a una delle passioni americani, quell’American Idol che ogni settimana porta a casa qualcosa come 40 milioni di telespettatori. Non sorprende quindi che in patria questo film sia stato un autentico fiasco: il sistema del più famoso e amato reality show viene letteralmente scardinato e infarcito di personaggi cinici e arrivisti. Buona parte di American Dreamz è dedicata quindi alla preparazione dello spettacolo con un andamento piuttosto lineare che, dalle selezioni con tragicomiche finestre aperte sulla vita delle aspiranti star e le loro famiglie, arriva fino alla serata finale; questo percorso è disseminato da due storie parallele. Nella prima viene scomodato il presidente degli Stati Uniti (un esilarante Dennis Quaid), annoiato e in piena crisi esistenziale che viene spinto dai suoi consiglieri a partecipare all’ultima puntata del reality per guadagnarne in popolarità e, nella seconda Omer, potenziale terrorista islamico appassionato di musical che ovviamente riuscirà ad entrare nel cast dello show, avendo così su un piatto d’argento la possibilità di eliminare il presidente. Per fortuna la storia non si inceppa e Weitz riesce a gestire il tutto donandoci un film che non annoia e che narrativamente parlando funziona alla grande, questo grazie anche ad una buona sceneggiatura e ad un cast in ottima forma. Detto questo, nonostante American Dreamz sia un film che consiglierei a tutti, rimane il dubbio sulle sue reali intenzioni. Ben lontano dall’essere pungente, potrebbe essere definito un film di satira o denuncia, ma i toni spesso votati al demenziale lo fanno apparire più come una commedia che sbeffeggia compiaciuta certi modelli americani. Weitz insomma sembra più preoccupato di strappare la fragorosa risata, questo a discapito di una sana riflessione su certi temi scottanti.
Devo ancora realizzare se la riuscita di questo film sia da attribuire solo ed esclusivamente alla splendida interpretazione di Joaquin Phoenix. E’ difficile infatti non commuoversi quando, davanti ad un pubblico di carcerati si presenta e attacca con Folsom Prison Blues, così come faceva il vero Johnny Cash nel 1968, riuscendo a ricreare la magia di un personaggio che l’America ricorda ancora oggi con affetto. Walk the Line parte proprio da questa memorabile esibizione nella prigione di Folsom e i presupposti per la buona riuscita del film ci sono tutti: le tormentate canzoni di Cash che sono una finestra aperta sulla sua vita e un personaggio complesso che permette di giocare su molti livelli narrativi. Ovviamente Mangold sceglie la strada più facile da percorrere e vira presto sul sentimentalismo, puntando tutto sulla difficile e duratura storia d’amore tra Cash e June Carter (interpretata da una convincente, ma ben lontana dall’oscar, Reese Witherspoon) . Il risultato è un film che può essere definito come il solito ineccepibile biopic: una carrellata di eventi più o meno romanzati (tutti veri e adattati dall’autobiografia di Cash uscita poco dopo la sua morte) dove la musica è metafora della vita e dove purtroppo il personaggio Cash viene disegnato solo come l’ennesimo genio sregolato destinato a cadere e risorgere. Fortunatamente l’andamento standard della pellicola viene risollevato dai numerosi interventi musicali, in cui un Joaquin Phoenix nervoso e indolente rasenta la perfezione e da una nostalgica quanto ineccepibile ricostruzione storica che va dall’ambiente elettrizzato delle sale da ballo ai mitici studi di registrazione della Sun Records, vera e propria mecca del rock’n’roll. Si aggiungono poi almeno due sequenze particolarmente coinvolgenti: il primo provino e la lite in età adulta col padre rancoroso, dove Phoenix riesce a parlare con gli occhi e a trasmettere tutto il dolore con cui Cash ha dovuto fare i conti per un’intera vita. In sostanza un film che va ben oltre la sufficienza e che si lascia guardare, ma che lascia al contempo il rammarico perché una regia più coraggiosa avrebbe potuto dare vita ad un autentico capolavoro