Una notte in Italia 2006
conclusa la manifestazione sarda dedicata al nuovo cinema italiano
Terminata domenica, dopo cinque giorni caratterizzati da un successo di pubblico sempre crescente, la manifestazione Una notte in Italia è stata anche quest’anno un’avventura che difficilmente si potrà dimenticare. Giunto alla sua quattordicesima edizione, questo piccolo festival “casalingo” ha rappresentato come sempre la cartina tornasole del cinema italiano, dove sono stati presentati al pubblico buona parte dei film che durante questa stagione cinematografica hanno avuto più successo (Il caimano, Notte prima degli esami), alternati ad altri meno conosciuti, ma altrettanto validi (La guerra di Mario, La terra). Un modo insomma per chiudere un anno particolarmente favorevole per il nostro cinema e per celebrarlo nel modo più consono, con passione e senza inutili contorni divistici. Protagonista indiscussa della manifestazione, la splendida isola di Tavolara posizionata a pochi chilometri dalla costa olbiese che regala, con la sua maestosità, uno scenario mozzafiato che ti entra negli occhi e nel cuore riempiendoli. Occorrono venti minuti di traversata per giungere fino a questa arena all’aperto, venti minuti stretti su un barcone a percorrere la via del cinema, per trovarsi davanti ad uno spettacolo che non esiste più, fatto di pellicole proiettate da vecchi proiettori rumorosi, di persone che sono lì per il piacere di esserci, con la gioia negli occhi e la voglia di farsi rapire dalle immagini sullo schermo. Lo stesso entusiasmo che si legge negli occhi degli attori che si alternano sul palco per presentare i loro film, quasi imbarazzati e straniti dall’atmosfera che si crea a Tavolara. Anche quest’anno è stato Neri Marcorè a presentare la manifestazione, accompagnato dall’improvvisata spalla Silvio Orlando, acclamato per la sua interpretazione ne Il Caimano. I due hanno regalato momenti esilaranti, introducendo i vari ospiti, tra i quali spiccano Jasmine Trinca e la sua disarmante timidezza, un commovente Luca Zingaretti che presenta il backstage del suo film, Alla luce del sole, dove ha interpretato Don Giuseppe Puglisi parroco di Brancaccio ucciso dalla mafia nel 1993 e, Piera Detassis direttrice di Ciak e organizzatrice del festival, che dal palco lancia la sua sentita dichiarazione d’amore per il cinema e per la manifestazione. Alto il livello dei film presentati, tra buone commedie (divise tra il classico Carlo Verdone de Il mio miglior nemico e il frizzante esordio di Fausto Brizzi con Notte prima degli esami) e film più impegnativi (La seconda notte di nozze di Pupi Avati, La guerra di Mario di Antonio Capuano e l’ottimo excursus nel giallo di Sergio Rubini con il suo La terra). Annunciato e cancellato all’ultimo momento, Anche libero va bene di Kim Rossi Stuart è stato sostituito da E se domani dell’esordiente Giovanni La Pàrola, con il duo Luca e Paolo e una Sabrina Impacciatore prorompente e particolarmente convincente; un piccolo film ispirato ad una storia vera di ordinaria follia umana, diretto in modo intelligente e lontano dai soliti canoni italiani. Ecco un’altra sorpresa di questo festival. Valeva la pena esserci anche quest’anno e dopo cinque giorni di immersione totale nel cinema, fa uno strano effetto vedere il fascio di luce del proiettore che si spegne definitivamente. Isola arrivederci, ci ritroveremo l’anno prossimo, quando torneremo a calpestare la tua terra, quando saremo nuovamente sotto quel cielo stellato, immersi nell’atmosfera rilassata che ti contraddistingue, quando le luci si spegneranno ancora una volta e i nostri volti saranno illuminati solamente dalla luce dello schermo.





Impossibile avvicinarsi a Garden State senza pensare al passato di Zach Braff, sceneggiatore, regista e attore protagonista di questo film. Avete mai visto Scrubs, geniale sitcom ospedaliera dal surreale umorismo? Lui era JD, medico tirocinante ironico, impacciato e investito dai cambiamenti divisi tra lavoro e vita privata; ed era uno di quei personaggi perfetti che difficilmente un attore riesce a scrollarsi di dosso. Sin dalle prime battute, Garden State è il palese tentativo di Braff di lasciarsi alla spalle quel personaggio che l'ha fatto conoscere al grande pubblico e lo fa attraverso Andrew Lagerman, 26 anni, taciturno e ombroso aspirante attore, da nove anni a Los Angeles dove si mantiene lavorando in un ristorante vietnamita. Andrew è costretto a tornare nel New Jersey per l'improvvisa morte della madre e, il ritorno nella città natale, sarà per lui un ritorno alla vita. Scontrandosi con un passato che sembra essere sempre uguale e con un padre psichiatra che da anni lo castra emotivamente, Andrew troverà la forza di uscire dal torpore esistenziale che da troppo tempo lo blocca, anche grazie all'incontro con Sam (Natalie Portman) che è il suo esatto contrario. Esuberante e ipersensibile, la ragazza lo aiuterà a trovare la via della rinascita, a superare quella linea d'ombra che separa l'età adolescenziale da quella adulta. Un plot sulla carta per nulla originale, vista la tematica più volte battuta dalla moderna cinematografia, Garden State si presenta invece come un film più che riuscito, questo grazie anche alla spontaneità di Braff che, alla sua prima regia, tra qualche trovata visivamente interessante e una magnifica colonna sonora di supporto, riesce nel non facile compito di trasferire alla pellicola quello stato d'animo (con una buona fotografia al servizio dell'umore del protagonista) che è tipico di un certo periodo della vita di ognuno di noi e in cui è molto facile ritrovarsi. Questo aspetto permette di chiudere un occhio su una regia spesso incerta e azzardata che comunque si fa notare per una buona direzione degli attori, in cui spicca un'intensa Natalie Portman che con Braff costruisce un'alchimia elettrizzante che difficilmente si dimentica. 


E se vi dicessi che “Sussurri e Grida” è stato il mio primo film di Bergman? Bene, il bello del cinema è anche quello di ammettere le proprie lacune: non sono il tipo di persona che si riempie la bocca di nomi illustri senza sapere di cosa sta parlando. Per fortuna queste lacune possono essere colmate soprattutto nel momento in cui, presa coscienza della propria ignoranza, ci si sveglia dal torpore e si è disposti a tutto per lasciarsi andare tra le braccia di un regista. Non basterebbero le parole per descrivere la fascinazione che ho provato nel vedere questo film e ho talmente rispetto per quello che ho visto che provo quasi del timore reverenziale a parlarvene; in più non ho abbastanza strumenti per analizzarlo, poichè Bergman è un autore con la A maiuscola e parlare di un suo film dimenticandosi tutti gli altri significherebbe banalizzarlo. Mi rimane “solo” il trasporto per questa feroce storia sull'incomunicabilità umana che si sviluppa per silenzi pieni di rancore e disperazione, tanto pesanti quanto fragorosi. I silenzi sono quelli di quattro donne, tre sorelle e una governante, ognuna con un segreto da nascondere, ognuna con l’anima lacerata e tormentata. Maria e Karin, accorrono al capezzale della sorella Agnese, malata di cancro e accudita amorevolmente dalla governante Anna; questo è il punto di partenza da cui si sviluppa Sussurri e Grida, laddove la vicinanza forzata tra le donne, nella casa in cui sono cresciute e in cui il tempo sembra essersi fermato, diventa il pretesto per aprire la porta dei ricordi. E Bergman lo fa con splendidi flashback introdotti da dissolvenze che hanno il colore rosso del sangue, come a volere sottolineare tutta la disperazione legata agli episodi ricordati. Ed è proprio il colore che accompagna la vita di queste donne a colpire l’occhio dello spettatore: accanto al rosso che avvolge tutti gli interni della casa, c’è il bianco virginale degli abiti e il nero come presagio di morte, quel senso di morte, di abbandono che sovrasta tutti personaggi della storia e che non lascia spazio a nessuna possibilità di riscatto o rinascita



