Robert Towne
2006

Potrei riassumere il film di Towne nella battuta che è stata fatta da una mia amica all'uscita dalla sala: "Volevo vedere Chiedi alla polvere e non Ghost!" Un paragone piuttosto azzeccato, considerando lo spirito melodrammatico di questa trasposizione cinematografica dell'omonimo capolavoro letterario di John Fante. Non sono di quelli che pretende di rivedere sullo schermo ogni pagina del libro, mi rendo conto che si tratta di due linguaggi completamente diversi e che il lavoro del regista è sempre frutto di una sua personalissima interpretazione, ma per lo meno mi aspetto che lo spirito di un racconto venga rispettato così come i suoi personaggi. Nel film di Towne non c'è nulla di tutto questo: Arturo Bandini è un'altra persona, privo della precarietà, dell'ambizione e della passione che sono presenti nel racconto di Fante e, tutto ciò che ruota attorno al suo personaggio e che permette di capirlo fino in fondo, è stato sacrificato a favore di una storia d'amore che raccontata in questo modo, privandola del pathos che l'ha fatta nascere, viene banalizzata e non ha ragione di esistere. Detto questo, mi trovo in imbarazzo perchè il film in sè non è da buttare: c'è un riuscito lavoro di sceneggiatura, i personaggi si muovono bene all'interno del racconto e il tutto è visivamente interessante, anche grazie ad una buona fotografia. Cosa manca? Manca l'anima, manca quell'ingrediente che ti fa appassionare. In sostanza Chiedi alla polvere è un film che si lascia vedere, ma che si lascia anche dimenticare.
Manuale d'amore
Giovanni Veronesi
2005

E' ammirevole la capacità di Giovanni Veronesi di creare film ordinari ma comunque vincenti. Attenzione, non intendo dare alla parola "ordinario" un'accezione negativa, ma piuttosto avvicinarla alla parola "semplicità". Manuale d'amore è un film semplice che si lascia guardare senza troppo dispendio di energia, che fà sorridere e in cui è piuttosto facile riconoscersi. I presupposti per un film scadente ci sono tutti: la trama non ha nulla di originale, ancora una volta si parla di vita di coppia attraverso le varie fasi della relazione che vanno dall'innamoramento all'abbandono e gli attori recitano autocitandosi. Muccino sembra l'adolescente visto in "Che ne sarà di noi" (sempre di Veronesi), la Buy è fedele al suo personaggio nevrotico, la Littizzetto è la versione edulcorata della sua Lolita televisiva e Verdone dà vita a un personaggio che è un riassunto della sua onorata carriera. Eppure il tutto gira alla grande, il film ha una sua coerenza narrativa e laddove ci fossero delle mancanze, queste sono colmate da un cast in splendida forma. A Veronesi va riconosciuto comunque il merito di avere attualizzato la tipica commedia all'italiana, analizzando con lucidità certe dinamiche del rapporto di coppia e costruendo un film onesto nel suo essere di intrattenimento che è una buona alternativa a troppi film italiani, sempre di intrattenimento, ma privi di qualsiasi sostanza.





Era il 3 giugno 2001 e sulla HBO (tv via cavo americana che si è sempre contraddistinta per scelte rischiose e innovative) partiva la prima stagione di Six Feet Under creata dal premio oscar Alan Ball, illuminato sceneggiatore che ha dato vita a quel capolavoro chiamato “American Beauty”. La serie ci apre le porte alla famiglia Fischer, più volte definita come una sorta di Famiglia Addams che ha scoperto Freud e preso coscienza della propria disfunzionalità. I Fischer sono proprietari di un’impresa di pompe funebri a Los Angeles e il capofamiglia che per ironia della sorte muore nel primo episodio, lascia in eredità l’attività ai suoi due figli: David e Nate. David è il devoto figlio omosessuale che già da tempo si occupava dell’impresa, rinunciando troppo spesso alla sua vita privata; Nate invece è il figliol prodigo che ha sempre pensato a sé stesso e che torna a Los Angeles, dopo essersi costruito una vita a Seattle, ritrovandosi ad affrontare una realtà da cui in passato era fuggito. Oltre a loro conosciamo la nevrotica vedova Ruth, con un segreto da confessare e soffocata dai sensi di colpa e Claire, ultimogenita diciassettenne in piena crisi adolescenziale. Abbandonando la vita terrena, Nathaniel Fischer, lascia i suoi familiari in balia delle proprie scelte come se la sua morte, vista superficialmente come una fine, rappresenti in realtà l’inizio di una forte presa di coscienza per tutti i personaggi della serie che si ritroveranno, svegli dopo il coma delle loro vite precedenti, a fare i conti con la propria esistenza, i propri limiti, i propri dubbi, paure, sogni e speranze. Presentandosi sin da subito come una satira feroce e sinistra dell’industria funeraria americana, Six Feet Under può essere inserita senza dubbio nella rosa delle serie tv che hanno cambiato il mondo televisivo perché, partendo da quel contesto, affronta uno dei temi più scomodi ed esorcizzati dei nostri tempi, la morte e lo fa con toni decisamente ironici e conditi da nevrotico black humour. Ogni puntata si apre con un decesso e con l’intervento dei Fischer che “regalano” ai propri clienti il funerale perfetto, mentre le loro vite continuano a girare tra conflitti familiari, risentimenti, infelicità, tradimenti e paure. Ciò che colpisce sin dalle prime battute è l’assoluta veridicità dei suoi personaggi (ben lontani dagli stereotipi di perfezione hollywoodiana) che risultano essere spesso fastidiosi, pieni di limiti, splendidamente imperfetti e per questo “umani”. Nonostante intrecci a volte volutamente sopra le righe (si tratta pur sempre di fiction), è praticamente impossibile non riconoscersi nelle storie che vengono raccontate e, in questo, lode ad Alan Ball che sin da “American Beauty” ci aveva abituato a questo tipo di soluzione narrativa. I personaggi di Six Feet Under crescono sotto i nostri occhi e ci si affeziona loro; assistere allo sviluppo delle stagioni col passare degli anni, equivale a sfogliare un album fotografico di famiglia, come quando si scorre con le dita sulle foto del nostro passato e ci si ricorda, al di là degli abiti discutibili che indossavamo, come era la nostra testa e come ci si comportava all’epoca. Questo è possibile grazie ad un team di sceneggiatori che creano storie inattaccabili e ricche di spunti di riflessione e, grazie ad un cast perennemente in stato di grazia dove spicca qua è là qualche guest star d’eccezione come Katy Bates (regista tra l’altro di numerosi episodi della serie) e Patricia Clarkson. Attualmente in Italia sono state trasmesse tre delle cinque stagioni prodotte; Six Feet Under è terminato lo scorso giugno in America, lasciando un vuoto incolmabile sugli schermi tv. Il giorno in cui è stato trasmesso l’episodio finale, su un importante quotidiano americano, appariva un necrologio che ne annunciava la fine, come ultimo atto perfettamente coerente con lo spirito dissacrante della serie. A tutti un consiglio spassionato: scavate quei “sei piedi di terra” in cui siete sepolti e concedetevi la resurrezione con questa visione, se non lo avete ancora fatto.



Stare seduti a vedere questo film mentre non si riesce a rimanere fermi e rendersi conto che la schiena sanguina per le frustate che quelle immagini ti stanno dando. Questo è "Requiem for a Dream" di Darren Aronofsky, un viaggio allucinato e crudele nella vita di quattro personaggi che vivono nella periferia di Brooklyn. Una discesa agli inferi, lenta e inesorabile, alimentata dalla rincorsa ai propri sogni, sogni che non verranno realizzati e che spingono ad un distacco sempre più forte dalla realtà. Ci sono Maryon e Harry, legati da un amore viscerale ma viziato da una dipendenza da stupefacenti che li spinge ad essere rabbiosi contro tutto e contro se stessi; c'è Tyrone, amico di entrambi, che convince Harry a compiere il colpo del secolo e iniziare un piccolo giro di spaccio per mettere via un pò di soldi e sistemarsi; e c'è Sara, madre di Harry, una vedova la cui solitudine e la tv l'hanno resa totalmente alienata, anche lei con un sogno destinato a diventare incubo. Sono tutte solitudini, quelle raccontate da Aronofsky, che a volte si incontrano e il più delle volte si ignorano, personaggi spinti dal bisogno di sfuggire da una vita quotidiana mediocre, che vorrebbero dare una svolta alla propria esistenza, ma che rimangono intrappolati in un mondo artificiale e parallelo da cui non riescono più a venirne fuori, cullati dalle proprie dipendenze e inevitabilmente annullati. Un film senza la rassicurante certezza del lieto fine, perchè la vita molto spesso sà essere beffarda e Aronofsky decide di raccontarcela con crudo realismo e grande partecipazione, fotografando il lato più oscuro della nostra società, fatta di persone e storie ai margini, costruendo un'odissea di immagini sincopate e visioni allucinate che stravolgono e fanno male.
E' difficile negare il fatto che almeno una volta nella vita il pensiero della morte abbia bussato alla nostra porta: cosa si è, cosa ci sarà dopo e cosa ci si lascerà alle spalle.Isabel Coixet affronta questi interrogativi e lo fa attraverso Ann, 23 anni, una vita modesta fatta di routine, senza più sogni e senza alcuna aspirazione, solo abitudine. Sposata e con due bambini da accudire, Ann apprende di avere un cancro e poche settimane da vivere. Questa notizia, paradossalmente, la riporta in vita facendole prendere coscienza di aver vissuto senza che lei fosse contemplata. Decide di tacere ciò che sa a chi le sta intorno e di realizzare una lista di cose importanti da fare prima di andarsene, preparare una vita senza di lei per coloro che ama e concedersi le cose che finora non aveva fatto. E' una rinascita, una rivincita contro la morte, vissuta in silenzio e con piena consapevolezza senza lo spettro del vivere tutto per l'ultima volta. Ann in una battuta del film dice a se stessa"hai appena scoperto che tutta la tua vita è stata un sogno e solo ora ti sei svegliata" e decide di conseguenza di riempire le sue ultime giornate di quella vita data per scontata fino a quel momento. Se sulla carta,La mia vita senza me avrebbe potuto essere un film abilmente costruito per portare alla lacrima facile, in realtà si rivela un inno alla vita privo di patetismi e soluzioni melensi e, mentre si assiste come unici testimoni del segreto di Ann, a questa drammatica ed intima resa dei conti, si prova rabbia, la stessa che la protagonista prova quando capisce di avere finalmente vissuto, crollando in un pianto sentito e liberatorio.
Prendete due attori famosi appassionati di motociclismo, Charles Boorman e il più conosciuto Ewan McGregor (protagonista di film come "Trainspotting" e "Moulin Rouge") aggiungete due BMW r1150 GS Adventure e più di ventimila chilometri da percorrere in quattro mesi partendo da Londra per arrivare a New York, passando per l'Ucraina, il Kazakhistan, la Mongolia, la Russia e l'Alaska: questo èLong Way Round . Nato un pò per gioco, come si può vedere nella prima puntata di questa atipica serie tv, il viaggio dei due si rivela presto un'impresa titanica; tuttavia la passione riversata sin da subito nel progetto permette loro di superare ogni ostacolo. C'è da fare una premessa: conosciutisi sul set del filmThe Serpent's Kiss datato 1997, Ewan e Charles hanno legato all'istante non appena è stata pronunciata la parola "moto", dando vita ad una forte amicizia dove l'ossessione per questo mezzo di locomozione costituisce il collante. Da anni ormai i due attori si concedono dei piccoli viaggi per staccare un pò la spina e, in quest'occasione, hanno deciso di fare le cose in grande, anche per appagare un sogno che entrambi coltivavano da parecchio tempo, un sogno comune a tutti i veri motociclisti: fare il giro del mondo."Troppo facile...con i soldi tutto è possibile...che pretese hanno questi attori dai portafogli pieni..." direte voi. "Chissenefrega" , aggiungo io! Preferisco fare a meno dell'ostentazione e godermi la visione di quest'investimento di denaro in una vera passione e in qualcosa di concreto. E se qualcuno nutre dubbi sull'onestà dell'operazione, dia un'occhiata all'entusiasmo di queste due simpatiche canaglie e alla barba di Ewan che cresce a dismisura in questi quattro mesi. Long Way Round: è il diario di un lungo viaggio senza nessun tipo di pretesa documentaristica; non è ilVoyager fatto da attori, bensì la videocronaca di un'esperienza, un'occhio a volte curioso e sorpreso, a volte spaventato e preoccupato, il più delle volte entusiasta per ogni piccola cosa che si incontra per la strada. E sto parlando di uno sguardo, di un sorriso, di una cultura, di un paesaggio che toglie il fiato. Ciò che colpisce nelle sette puntate che compongono la serie è la voglia di assorbire ogni singolo momento che un'esperienza di questo tipo può regalare. Per fortuna i due ci hanno risparmiato la spocchia pretenziosa di raccontarci il tutto con un libro di storia o geografia in mano: in questo, anche se ovviamente può sembrare un paradosso vista tutta la baracca organizzativa che stà dietro questa operazione, appaiono molto onesti e spontanei. Un viaggio dove è la moto ad essere la vera protagonista, amata e coccolata e mezzo indispensabile per realizzare il sogno. Non mancherete di sognare, ve lo assicuro e se, dopo la visione non sarete ancora appagati, potreste sempre leggere l'omonimo libro; ma finito quello dovete promettere che alzerete il culo dalla poltrona e andrete a togliere la polvere dalla vecchia moto che avete seppellito in garage!
Questo pomeriggio mi sono concesso il Lynch delle cinque, ma è stato più indigesto di un banale thè. Ci risiamo. Mi sono ritrovato ad assistere ad uno spettacolo che, all'ennesima visione, continuo a non capire (e che pure trovo sempre più affascinante). L'inizio è di quelli folgoranti: una strada buia illuminata solo dai fari di una macchina in corsa. Ciò che è in primo piano è ben visibile, ma tutto intorno c'è un mondo che vive e che si perde nell'oscurità e a cui non possiamo assistere; chissà se Lynch ha idea di avere rappresentato buona parte del suo cinema in quest'unica sequenza. E' la folle corsa notturna di questa macchina ad introdurci all'interno di un noir misterioso e delirante. Ad aprire le danze Fred e Reneè, marito e moglie che iniziano a ricevere presso la loro abitazione vhs che immortalano la loro casa e la loro intimità, in un crescendo che si concluderà con il video di Fred che uccide Reneè. Arrestato e rinchiuso in carcere, durante una notte particolarmente tormentata, l'uomo si addormenta Fred e si risveglia Pete, meccanico poco più che adolescente, spaesato tanto quanto i secondini che si ritrovano tra le mani la persona sbagliata. Cosa è successo? Siamo davanti ad una qualche forma di amnesia, o semplicemente un sogno? Oppure si tratta di un altro racconto col tema del doppio (in fondo tanto caro al regista sin dai tempi di Twin Peaks). Non credo troveremo mai una risposta. L'unica certezza è che, partendo da questo inquietante paradosso, si assiste all'ennesimo incubo ad occhi aperti, una favola nera ed angosciante scandita da una colonna sonora ipnotica e avvolgente. E mentre il povero spettatore tenta con fatica di ricomporre i pezzi del puzzle, inesorabile arriva la mano di Lynch a far cadere ogni certezza. L'unica cosa da fare è, a questo punto, affidarsi completamente alla sua pazzia e assecondarlo in questa discesa agli inferi. Tra personaggi repellenti, visioni inquietanti e perverse e l'uomo raccontato in tutta la sua ambiguità, Lynch continua a prendersi gioco di chi guarda, incutendo disagio, spavento, smarrimento e provocando emozioni tanto violente quanto indefinite. Tutto in questo film è perfettamente calibrato per scuotere ogni fibra del corpo e mentre, privi di senso, vi troverete a girovagare in questo labirinto opprimente, non preoccupatevi: presto troverete l'uscita e sarete ancora su quella strada buia più confusi che mai.
Devo premettere una cosa: sono un grande fan di CSI, serie che reputo una delle migliori degli ultimi tempi per tecnica e livelli di scrittura (anche se il mio interesse va scemando col passare delle stagioni). Ideata da Jerry Bruckheimer, CSI è una di quelle cose meravigliose cha accadono ogni tot di anni nel piccolo schermo, lavori rivoluzionari che costringono a dover rivedere tutto un modo di fare televisione, così come in passato era successo conTwin Peaks, XFiles o ER (serie che hanno portato poi a filoni più o meno validi di cloni). Ancora, sono un estimatore di Quentin Tarantino che non ha bisogno delle mie presentazioni. Quando appresi la notizia di una collaborazione tra il famoso regista e la squadra di CSI rimasi piacevolmente colpito, ancora di più quando lessi che il soggetto sarebbe stato il suo e che avrebbe avuto carta bianca su tutto. Le aspettative erano decisamente alte. Nonostante questi presupposti, non appena terminai la visione diGrave Danger , in anteprima su fox, la mia delusione si tagliava a fette. In breve 80 minuti di Nick Stoke che viene rapito sulla scena di un crimine e sepolto vivo in una bara in plexiglass con solo un registratore, delle torce e una pistola per togliersi la vita. I suoi colleghi possono vederlo tramite una telecamera posta all'interno della bara: inizia a questo punto una corsa contro il tempo per salvarlo. Quello che è subito lampante in questa puntata (che sarebbe dovuta essere atipica, ma non lo è stata) è il fatto che Tarantino, a dispetto di quanto annunciato, ha castrato il suo estro per mettersi al servizio della serie. Qualcuno potrebbe sostenere che è giusto sia così perchè non avrebbe avuto senso snaturare un prodotto ben delineato come CSI, ma sottolineo che è inutile a questo punto assoldare un pezzo da novanta e tenerlo al quinzaglio. I due episodi hanno sicuramente un ritmo serrato e coinvolgente, lo spettacolo è godibilissimo, ma in questi anni all'interno della serie si sono viste puntate decisamente più interessanti e appaganti di questa. La mano di Tarantino si nota in alcuni punti, ma è talmente autoreferenziale e di maniera da infastidire: le visioni di Nick sul finale steso su un tavolo da obitorio in una sequenza gore girata in bianco e nero (ricorda qualcosa?), la morte del padre vendicatore, l'idea delle formiche (l'unico vero lampo di genio), l'autocitazione della bara di Kill Bill e una struttura a flashback, soprattutto nella prima parte che richiama le sueIene . Non si può certo dire che il suo sia un lavoro mal riuscito; la regia è impeccabile come sempre eppure non convince: sembra che questa volta il nostro Quentin si sia divertito a vestire i panni del regista tv che cita Tarantino