venerdì, 17 luglio 2009
[ TELE-VISIONI ]

01. Breaking Bad (s.02)
02. In Treatment (s.02)
03. Pushing Daisies (s.02)
04. True Blood (s.02)
05. Damages (s.02)
06. Romanzo Criminale (s.01)
07. Dexter (s.03)
08. Chuck (s.02)
09. Lost (s.05)
10. United States Of Tara (s.01)
domenica, 29 marzo 2009
Two Lovers
James Gray
2008
Se l’addio alle scene di Joaquin Phoenix dovesse rivelarsi definitivo, sarà una grande perdita per il cinema: diretto ancora una volta da Gray, approda infatti alla sua interpretazione più intensa e complessa. Intimamente ferito, si muove con lo sguardo di chi è perennemente a due centimetri dal baratro, anche se il salto lo ha già provato e la pelle ne porta i segni. Eppure, quello che poteva essere un personaggio a senso unico, nelle sue mani si concede aperture irrequiete, impacciate, ironiche alla vita e all’amore che in passato gli hanno voltato le spalle. Sarà l’acqua a farcelo conoscere (nella splendida sequenza iniziale) e sarà l’acqua a restituircelo arreso, amaramente consapevole che quando il destino ci mette lo zampino bisogna poi sempre fare i conti con le scelte e i compromessi. In questo, Two Lovers pur prendendo le distanze dalla precedente trilogia gangsteriana, non abbandona nemmeno per un attimo le ossessioni di James Gray anzi le rafforza domando un triangolo amoroso visto mille volte, ma che qui acquista un vigore quasi inaspettato. E ancora una volta c’è New York a raccogliere i cocci dei protagonisti, la stessa città che irriconoscibile dormiva sotto la neve di “Little Odessa” e ora esplode in una notturna illuminata dalle note di Henry Mancini. Una suggestione quasi Alleniana (concedetemelo) che si contrappone a intere sequenze dove gli ambienti avvolgono e irretiscono in un continuo contrasto, evidente cifra stilistica di un melodramma “morale” che non sgomita e pesa come un macigno.
venerdì, 27 marzo 2009
Romanzo Criminale - La serie
Stefano Sollima
(STAGIONE 1)
2008
Una serie tv che guarda alla concezione cinematografica tipica del modello americano pur rimanendo italianissima, questo Romanzo Criminale. In ciò che racconta, ovviamente, e nella scrittura dei personaggi, scevra di quell’ansia da prestazione dell’essere accattivanti a tutti i costi che spesso caratterizza le produzioni USA. A ben vedere il pregio maggiore è proprio quello di descriverli senza compromessi, senza la paura di andare contro la sensibilità del pubblico italiano. Può sembrare un’inezia, ma fino ad ora la messa in scena prevalentemente nera e pessimista era un miraggio per la nostra asfittica fiction. Più che un remake televisivo dell’omonimo film di Michele Placido, è bene parlare di nuova trasposizione dal libro di Giancarlo De Cataldo, meno stereotipata e molto più a suo agio con la materia trattata e coi tre ragazzotti di periferia (Libano, Freddo e Dandi) impegnati nel mettere in ginocchio la capitale con i loro loschi traffici. Avvincente sin dalla prima battuta, con una gestione dei tempi pressoché perfetta e un ritmo ben sorretto da una regia che osa e non condanna alla solita odissea di campo-controcampo, Romanzo Criminale vanta un cast dentro alla storia fino al collo e (udite udite) una sigla di apertura degna del nome, perfetto biglietto da visita per questo "piccolo" miracolo italiano. Perderlo significherebbe farsi un torto
venerdì, 27 marzo 2009
Frozen river
Courtney Hunt
2008
Voluta o meno, la suggestione che apre Frozen River è di forte impatto. L’impietoso primo piano del tatuaggio che disegna una rosa sul piede della protagonista la rende una madonna laica, immobile, avvolta nell’accappatoio di panno, con il tempo scandito da una sigaretta che brucia tra le dita. In volto l’espressione di chi ha perso tutto. Ray Eddy si arrangia con poco, ora più che mai col pugno di mosche lasciategli dal marito fuggito chissà dove, con due figli sulle spalle e il sogno di una piccola casa prefabbricata da comprare per abbandonare il tugurio da trailer park in cui vivono. Sarà il destino a metterla sulla stessa strada di Lila, un’indiana che come lei non ha niente da perdere, disposte a tutto pur di difendere se stesse e le proprie famiglie. Insieme, per soldi, inizieranno a trasportare clandestini sul suolo americano. Ambientato nel Mohawk sull’innevato confine canadese, Frozen River è uno lucido thriller dell’animo che incrocia realtà e culture tanto distanti quanto unite nella disperazione e nella voglia di riscatto. Courtney Hunt le segue senza pietismi, con un realismo scomodo che nasce spontaneo dai silenzi dei personaggi e rimbomba nella glaciale ambientazione di frontiera, una culla che stordisce dove l’unico appiglio è la solidarietà tra le due donne. A dispetto dell’orrore raccontato, la fiducia riposta nell’uomo (vittima e carnefice di se stesso) è una concessione che rende quest’opera prima molto più complessa e stimolante dell’etichetta da film indipendente stancamente appioppatale.
domenica, 22 febbraio 2009
Australia
Baz Luhrmann
2008
Australia è per Luhrmann un atto sovversivo prima ancora che una dichiarazione d’amore al cinema che lo ha formato. Un drammone orgogliosamente demodè che non si preoccupa nemmeno di svaccare nelle componenti meloromantiche per raccogliere pubblico per strada. All’epica hollywoodiana della messa in scena che si prende ogni centimetro disponibile sullo schermo, Luhrmann infatti contrappone una sobrietà del racconto spingendo più verso la simbiosi con l’outback australiano che verso l’empatia coi suoi personaggi. E come atto di sovversione, è la cieca passione a muoverlo, facendo di Faraway Downs una Tara australiana gravida di cinema, un braciere emozionale, un abbraccio allo stupore.
Revolutionary road
Sam Mendes
2008
Arrivato al quarto film Sam Mendes palesa una coerenza di fondo fin troppo dimenticata: il suo è un lavoro di “ricerca”, che sia di uno scopo nella vita (American Beauty), fisica (Road to Perdition) o del senso di una guerra (Jarhead). Revolutionary Road estremizza questa ossessione cucendola addosso ai coniugi Wheeler, trentenni stanziati nella casa bomboniera di un quartiere residenziale X dal nome beffardo, nell’America degli anni cinquanta. I due sono lo specchio l’uno dell’altra, in cui riflettono il fragore dei loro fallimenti, come famiglia, come coppia, come persone. Barricati dietro certezze effimere, destinate a sfaldarsi non appena inizieranno a parlarsi veramente, senza il copione tacitamente approvato nel momento di una fede messa al dito. Regia rigorosa e dolorosamente chirurgica, cast in stato di grazia con una Kate Winslet calata nel ruolo che vale un’intera carriera.
Ti amerò sempre
Philippe Claudel
2008
La rinascita di Juliette si nutre del dolore che non l’abbandonerà mai. Lo stesso che l’ha accompagnata durante i quindici anni di carcere e che ora tenta di fuggire attraverso i vestiti di due taglie più grandi che indossa nel suo ritorno alla vita. Un pesce fuor d’acqua che tenta il salto nella boccia di vetro. Difficile parlare di “Ti amerò sempre” andando oltre l’interpretazione di Kristin Scott Thomas: c’è sicuramente l’abilità di Claudel che con piglio Bergmaniano costruisce una ritrovata quotidianità partendo dai silenzi della sua interprete, ma è proprio quest’ultima a saper sfruttare le fragilità di Juliette con spontaneità rara e disarmante, dando un peso specifico alla riuscita del film. Doveroso, mai come in questo caso, parlare di insulto all’arte attoriale la mancata candidatura agli oscar.
Il curioso caso di Benjamin Button
David Fincher
2008
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Le rughe di Benjamin Button sono le nostre.
Parabola immaginifica sullo scorrere del tempo e l’importanza del cogliere ogni momento della vita. Fincher piega il suo sguardo alla produzione ad alto budget senza perdere nemmeno per un secondo il gusto per il racconto. E poco importa se tutto non è necessario all’economia del film quando, ad ogni minuto che passa, è garantito il tuffo dello spettatore nella forza dell’immagine.
lunedì, 09 febbraio 2009
Changeling
Clint Eastwood
2008
Lo scrivo con sufficiente dose di morte nel cuore, ma a me "Changeling" è piaciuto poco e mi rendo conto di aggrapparmi a quella prima ora di girato per non pendere verso la colossale stroncatura. Quella dove il rigore e la finezza di Eastwood si esprimono ai massimi livelli avviluppandosi alle assurdità di una società corrotta e alla disperazione di Christine Collins, facendoci sentire come il legno vivo su cui ha segnato con una matita l’altezza del suo bambino scomparso misteriosamente. Poi, forse colpa di una sceneggiatura non proprio eccezionale, il racconto cede il passo ad una sterile cronistoria che è una facile ed insostenibile escalation emozionale; le sfumature a cui Eastwood ci ha abituati col suo cinema diventano un netto bianco e nero verso il quale non rimane che stringere fazzoletti nei pugni per le vittime e inveire contro i carnefici. Raramente mi sono sentito intrappolato nello sguardo di un regista e questa è una delle volte in cui mi concedo volentieri un “No, grazie!”
Il dubbio
John Patrick Shanley
2008
Nel riproporre al cinema il suo teatrale “Doubt”, sembra che John Patrick Shanley sottovaluti la potenza dell’immagine. Come è possibile cadere nella tela del dubbio se allo spettatore vengono fornite almeno due sequenze che inchiodano al palo della colpevolezza padre Brendan Flynn, accusato di molestie verso minore dall’arcigna sorella Aloysius Beauvier? Seppur ridurre il tutto ad un “semplice caso di pedofilia” sia un grave torto per lo stratificato script, una maggiore attenzione in questo senso avrebbe giovato al risultato finale e, soprattutto, alla chiusura in cui crolla inesorabilmente ogni certezza. Se la sensazione è quella di un lavoro che riflettendo sulla natura umana colpisce senza mai affondare veramente, Doubt, va detto, si porta a casa oltre l’indubbio valore di alcuni dialoghi, la splendida fotografia di Roger Deakins e un cast che fa tremare il suolo ogni volta che si chiude una porta alle loro spalle.
The millionaire
Danny Boyle
2008
Il pregio di Boyle è quello di imporsi con uno stile unico e riconoscibile anche quando cita. Scavando nel dramma e nel passato di Jamal, in “The millionaire” riprende il Frank Capra già masticato in “Millions” e lo fa incontrare con Charles Dickens sul ponte che collega Hollywood a Bollywood, in una storia che frulla i colori dell’India, gli orrori della povertà ed incredibili aperture alla vita. C’è alla base l’interessante spunto del romanzo di Vikas Swarup (Le dodici domande) che utilizza il quiz televisivo globalizzato per far luce su una realtà lontana e dimenticata rendendola universale. Il risultato è una favola moderna dove per ogni domanda a cui Jamal risponde, rievocando la sua infanzia, si infonde valore alla voglia di riscatto, alla speranza, all’amore come motore propulsore della vita. Film di uno spiazzante ottimismo da difendere.
Operazione Valchiria
Bryan Singer
2008
Che il racconto delle gesta del colonello Von Stauffenberg e il tentato omicidio di Hitler non sottopongano le gonadi dello spettatore a rischio elefantiasi, è già una grande conquista. Dimenticate polemiche e vicissitudini varie che ne hanno accompagnato la lavorazione, “Operazione Valchiria” si presenta infatti come un solido thriller che, non tradendo la sua natura storica, convince proprio quando si abbandona al ritmo concitato dell’azione dando vigore ad un epilogo già scritto. Sarei pure d’accordo con chi dovesse obiettare sul fatto che all’azione manchi la motivazione dei personaggi, vista la caratterizzazione al minimo sindacale, ma Singer non tradisce nemmeno per un secondo lo scopo per cui nasce il cinema di questo tipo. Da vedere e da inserire nella categoria “una volta e mai più!”.
venerdì, 30 gennaio 2009
Milk
Gus Van Sant
(2008)
Se davanti ad un film come Milk, volessimo scomodare l’intera filmografia di un autore, verrebbe da dire che poteva essere diretto solo a questo punto del suo percorso artistico. Ritorna in mente il fuoco di “Paranoid Park” che assurgeva a ruolo catartico nella crescita di Alex, quando la morte irrompeva nella sua dimensione di adolescente per mostrargli la brutalità del mondo e la colpa veniva riversata su un foglio recapitato ad un falò che lo inghiottiva restituendolo alla vita, per sempre. Un’apertura alla speranza non di poco conto se pensiamo alla precedente trilogia in cui la morte (fisica) al contrario, non lasciava spazio a nessuna via di uscita. Raccontando Harvey Milk, primo gay dichiarato della storia americana a rivestire una carica politica, Van Sant sposta l’ottica più sulla morte dell’identità che relega ad un’esistenza nell’ombra, ritornando quindi sulla ricerca di un’urgenza del vivere e continuando idealmente un nuovo corso per il suo cinema. Ed è ancora il fuoco a chiudere il film, quello di trentamila fiaccole brandite durante il corteo in onore di Milk, dopo una morte assurda che l’ha zittito sotto i colpi di una pistola, ma che ha amplificato il senso del suo messaggio, riverberandolo fino ad oggi: i diritti delle minoranze non sono un’esclusiva di pochi ma interessano tutti, in quanto base di un “noi” inteso come società civile. Facendo propria la “convenzionale” struttura del biopic, Van Sant racconta l’uomo marchiando a fuoco le parole sulla pelle dello spettatore. Ma non sorprenda la scelta di “tradire” il linguaggio a favore del contenuto: il vestito buono indossato per arrivare al grande pubblico ne giustifica gli intenti, come succede ad Harvey Milk nella sequenza in cui abbandona l’aria freak per mostrarsi “rassicurante” e portare avanti il suo discorso una volta sceso in politica. Una soluzione che comunque non rende asettico l’occhio di Van Sant, il quale mantiene l’estro della mise en scène, come quando affida l’orrore dell’intolleranza al riflesso di un fischietto, di uno specchio, di un vetro o mischia abilmente il rigore delle trasferte hollywoodiane negli anni ’90 agli split screen pop di “My Own Private Idaho” e la glacialità di “Elephant”. Continua quindi la costruzione di un cinema coerente, ancora una volta immediato, urgente, necessario, perso nel racconto di squarci di vita che tenta disperatamente di allontanarsi dal margine.